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Il regime facoltativo della cedolare secca piace a oltre 2milioni 558mila proprietari che l’hanno scelta, nel 2018, per affittare i loro immobili nelle due opzioni a oggi disponibili. In dettaglio, sono oltre 1milione 752mila i contribuenti che hanno optato per l’aliquota al 21%, per i canoni di locazione annui, 793mila coloro che hanno scelto l’aliquota ridotta al 10% con contratti a canone concordato e più di 13mila coloro che hanno percepito redditi derivanti da contratti di locazione-breve, di durata non superiore a 30 giorni.
 
Nella scelta ha contato l’area geografica d’appartenenza, dato che solo quelle riconosciute come ad alta intensità abitativa o con carenze nella disponibilità di abitazioni lasciano spazio all’aliquota ridotta.
In sostanza, questo sistema di tassazione, introdotto dall’articolo 3 del Dlgs n. 23/2011, ha prodotto una decisa semplificazione fiscale, in tema di procedure e adempimenti, a carico dei proprietari che, come illustrato dai dati recenti del Mef, continuano a rispondere con favore alla novità (Dipartimento delle finanze, Analisi statistiche – Dichiarazioni 2019 – Anno d’imposta 2018).
 
I numeri della cedolare, oltre 15miliardi di euro di imponibile
Il dato più vistoso è l’effetto trascinamento che la cedolare ha in relazione all’imponibile che oltrepassa i 15,7 miliardi di euro, di cui più di 10,8 mld, relativi ai redditi diversi di coloro che hanno optato per i contratti con l’aliquota al 21% e oltre 4,8mld, relativi a chi ha scelto l’opzione della cedolare al 10 per cento. Riguardo invece l’imponibile, oscilla tra i 6mila e i 7mila euro, in media, a seconda della qualificazione dei reddito percepito.
 
Il gettito della cedolare
Per quanto riguarda le entrate derivanti dall’applicazione della cedolare secca, queste si attestano intorno a oltre i 2,7 miliardi di euro l’anno, in media poco più di 1.100 euro per singolo contribuente (il dato è a consuntivo, acquisito sulle entrate tributarie 2019).
 
Identikit fiscale di un’imposta che funziona
La “cedolare secca” è un regime facoltativo, quindi alternativo all’Irpef ed è esercitabile su opzione da parte del contribuente. In pratica, consiste nel pagamento di un’imposta sostitutiva dell’Irpef e delle addizionali calcolata sul reddito derivante dall’affitto dell’immobile. In aggiunta, per i contratti sotto cedolare secca non si pagano né l’imposta di registro né l’imposta di bollo, ordinariamente dovute per registrazioni, risoluzioni e proroghe dei contratti di locazione. Uno snellimento nei versamenti che la rende estremamente “appetibile”.
 
A chi guarda la “cedolare secca”
In sostanza, possono optare per il regime della cedolare secca le persone fisiche titolari del diritto di proprietà o del diritto reale di godimento (per esempio, usufrutto), che non locano l’immobile nell’esercizio di attività di impresa o di arti e professioni.
 
Come si calcola
L’imposta sostitutiva si calcola applicando un’aliquota del 21% sul canone di locazione annuo stabilito dalle parti. Inoltre, è anche prevista un’aliquota ridotta per i contratti a canone concordato relativi ad abitazioni ubicate:

  • nei comuni con carenze di disponibilità abitative (articolo 1, lettera a) e b), Dl n. 551/1988). Si tratta, in pratica, dei comuni di Bari, Bologna, Catania, Firenze, Genova, Milano, Napoli, Palermo, Roma, Torino e Venezia e dei comuni confinanti con gli stessi nonché gli altri comuni capoluogo di provincia
  • nei comuni ad alta tensione abitativa (individuati dal Cipe).

Ricapitolando, dal 2013 l’aliquota per questi contratti a canone concordato è pari al 15% (Dl n. 102/2013), successivamente ridotta al 10% per il quadriennio 2014-2017.
Il decreto legge n. 47/2014 ha inoltre disposto che la stessa aliquota sia applicabile anche ai contratti di locazione stipulati nei comuni per i quali è stato deliberato, nei 5 anni precedenti la data di entrata in vigore della legge di conversione del decreto (28 maggio 2014), lo stato di emergenza a seguito del verificarsi di eventi calamitosi. Infine, con la legge di bilancio 2018 è stata prorogata di altri 2 anni (2018 e 2019) l’aliquota ridotta al 10% per i contratti a canone concordato.
 
Come optare per la “cedolare secca”
L’opzione per il regime della cedolare secca può essere esercitata alla registrazione del contratto o nelle annualità successive. Alla registrazione del contratto la scelta deve essere effettuata con il modello Rli utilizzato per la registrazione dell’atto stesso. Nelle annualità successive il consenso alla imposta sostitutiva va invece esercitato entro 30 giorni dalla scadenza dell’annualità precedente, utilizzando sempre il modello Rli. Allo stesso modo, si può scegliere la cedolare in sede di proroga, anche tacita, del contratto di locazione sempre entro 30 giorni dal momento della proroga. L’esercizio o la modifica dell’opzione può essere effettuata:

  • utilizzando i servizi telematici dell’Agenzia (software Rli o Rli-web)
  • presentando il modello Rli, debitamente compilato, allo stesso ufficio dove è stato registrato il contratto.

Per i contratti per i quali non c’è l’obbligo di registrazione in termine fisso (locazioni “brevi”, di durata complessiva nell’anno non superiore a 30 giorni), il locatore può applicare la cedolare secca direttamente nella dichiarazione dei redditi relativa al periodo d’imposta nel quale è prodotto il reddito, oppure esercitare l’opzione in sede di registrazione in caso d’uso o di registrazione volontaria dell’atto.

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Le conseguenze della pandemia dovuta al Covid-19 e le relative misure di contenimento hanno segnato negativamente l’andamento del mercato immobiliare nei primi mesi dell’anno. Si tratta di un’ulteriore conferma, dopo i dati diffusi dall’Osservatorio del mercato immobiliare dell’Agenzia delle entrate, che arriva direttamente dagli agenti, chiamati a rispondere al sondaggio congiunturale sul mercato delle abitazioni, realizzato da Bankitalia, in collaborazione con l’Omi e Tecnoborsa.

Online il sondaggio congiunturale sul mercato delle abitazioni
Il sondaggio ha coinvolto 1.352 agenti immobiliari, che hanno compilato un questionario nel periodo compreso tra il 18 maggio e il 18 giugno 2020 e riferito al trend del real estate nel primo trimestre dell’anno. Tra le informazioni rilevate ci sono il numero di compravendite di abitazioni realizzate nel periodo gennaio-marzo 2020, l’andamento dei prezzi e dei canoni di locazione e anche una parte relativa alle aspettative sul proprio mercato di riferimento e su quello nazionale.

Prezzi in diminuzione
Cresce la quota di operatori che segnalano la tendenza verso prezzi al ribasso. Si passa, infatti, dal 30,4% della precedente rilevazione al 34 per cento. Contemporaneamente diminuisce la quota di coloro che indicano un incremento dei prezzi, scivolando dal 7,7% al 3,5 per cento.

Calano anche le compravendite
La percentuale di agenzie che hanno venduto almeno un’abitazione è diminuita dall’84,4% al 72,8 per cento. Per quasi la metà degli operatori l’epidemia ha causato un aumento dei casi di rinuncia all’acquisto e di rinegoziazione delle transazioni per cui era stato già stipulato un contratto preliminare o era stata accettata la proposta dell’acquirente. Tra questi operatori, il 70,1% indica che il compratore si è ritirato dalla transazione a causa di un cambiamento delle sue condizioni reddituali o occupazionali, mentre il 38,9% per difficoltà dovute al reperimento del mutuo. Il numero dei potenziali clienti, non a caso, torna a diminuire, come rilevato dal 56,9% degli intervistati.
Va ricordato, comunque, che le agenzie immobiliari sono state penalizzate in questo periodo a causa dei forti limiti all’operatività, che sono stati rimossi solo all’inizio di maggio.

Vendite rinunciate o rinviate?
Secondo il sondaggio, il 42,5% dei potenziali acquirenti che erano entrati in contatto con le agenzie immobiliari prima della diffusione del virus, una volta ricontattati hanno manifestato l’intenzione di rinviare l’acquisto dell’abitazione proprio per motivi connessi all’epidemia. Il 22,8% addirittura vi avrebbe rinunciato. Per quanto riguarda l’offerta, invece, il 26,7% dei potenziali venditori ha segnalato l’intenzione di rinviare la vendita dell’abitazione, mentre il 16% avrebbe optato per la rinuncia.
Nonostante tutto, permane il divario sostanziale fra prezzi offerti e domandati: la causa prevalente di cessazione dell’incarico a vendere viene attribuita, infatti, alla mancanza di proposte perché i prezzi vengono ritenuti troppo elevati dai compratori e le offerte di acquisto troppo basse dai venditori.

Tempi di vendita, sconti e mutui
Il tempo necessario per vendere un’abitazione è rimasto pressoché stabile (7,6 mesi) ma resta più lungo nelle aree non urbane, dove la media rilevata è di 8,9 mesi. Diminuisce lievemente lo sconto praticato rispetto alle richieste iniziali del venditore, che passa dal 12% all’11,1%, mentre aumenta lo sconto sulle locazioni, dal 3,4% della precedente rilevazione al 3,8% del primo trimestre dell’anno. Infine, gli acquisti supportati da un mutuo ipotecario sono calati dal 71,2% al 67%, riportandosi sui valori medi del 2015.

Le attese degli agenti immobiliari
Decisamente sfavorevoli le attese degli operatori, sia sul proprio mercato di riferimento che su quello nazionale. Per il 58,5% degli intervistati l’epidemia causata dal coronavirus avrà ripercussioni negative sulla domanda di abitazioni e il 65,5% anticipa riflessi negativi sui prezzi di vendita: per i due terzi di questi ultimi, tali effetti si protrarranno oltre l’anno in corso.

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Come prevedibile l’effetto pandemia ha notevolmente impattato sulle entrate tributarie che sono scese del 9,3% nei primi cinque mesi del 2020 rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. È quanto emerge dal consueto Bollettino disponibile sul sito del Dipartimento delle finanze, accompagnato da Appendici statistiche e Nota tecnica, che fotografa mensilmente l’andamento del gettito tributario.
 
L’analisi statistica, effettuata in base al criterio della competenza giuridica, evidenzia un incasso complessivo pari a 149.731 milioni di euro, mostrando una diminuzione di 15.300 milioni di euro rispetto ai primi cinque mesi del 2019. La forte flessione è direttamente imputabile al blocco delle attività a causa del Covid-2019 e ai conseguenti differimenti dei versamenti tributari e contributivi per gli esercenti attività di impresa, arte o professione, fiscalmente domiciliati nelle zone colpite dall’emergenza sanitaria, disposti dal Dl n. 23/2020.
 
La tendenza negativa delle entrate, già registrata a marzo e ad aprile, dunque, si è aggravata nel mese di maggio perdendo il 27,1% dal confronto con lo stesso periodo dello scorso anno.
In particolare, a maggio, le imposte indirette sono diminuite per un ammontare pari a 7.460 milioni di euro (-35,4% ). La caduta di gettito è imputabile principalmente al risultato dell’Iva sugli scambi interni (-3.835milioni di euro), dovuto sia al complessivo peggioramento congiunturale, sia al rinvio dei versamenti Iva per i contribuenti delle zone maggiormente colpite dalla pandemia, con ricavi e compensi non superiori a due milioni di euro. Meno grave la flessione, nel mese, delle imposte dirette, che sono scese del 15 per cento.
 
Imposte dirette
Nel periodo gennaio-maggio 2020 le imposte dirette hanno portato nelle casse dell’Erario 84.098 milioni di euro, 465 milioni di euro in più rispetto allo stesso periodo del 2019 (+0,6%).
L’ammontare dell’Irpef è stato pari a 74.541 milioni di euro con una flessione di circa il 3 per cento (2,9). La perdita è riconducibile principalmente alle ritenute sui redditi dei dipendenti del settore privato (-7,8%) e delle ritenute sui redditi dei lavoratori autonomi (-9,4%), di segno opposto le ritenute sui redditi dei dipendenti del settore pubblico, che sono aumentate del 3,4 per cento.
Trend in crescita per l’imposta sostitutiva sui redditi, per le ritenute sugli interessi e altri redditi di capitale (+751milioni di euro), per l’imposta sostitutiva sui redditi da capitale e sulle plusvalenze (+853 milioni di euro), l’incremento segue l’andamento positivo sostenuto dai mercati finanziari nel corso del 2019 e dell’imposta sostitutiva dei fondi pensione (+1.129 milioni di euro), il cui rialzo è determinato dai risultati positivi dei rendimenti medi ottenuti nel 2019 dalle diverse tipologie di forme pensionistiche complementari.
 
Imposte indirette
Scendono le imposte indirette il cui gettito complessivo, nel periodo gennaio-maggio 2020, ammonta a 65.633 milioni di euro, la flessione è del 19,4% (-15.765 milioni di euro). È soprattutto l’Iva a registrare la perdita più vistosa (-9.288 milioni di euro pari a -18,7%) e in particolare il gettito proveniente dagli scambi interni (-7.922 milioni di euro pari a -18,0%), che ha risentito del rinvio dei versamenti dell’imposta. Giù anche le entrate da Iva sulle importazioni, che scendono di 1.366 milioni di euro (-24%).
Di segno opposto l’imposta sulle assicurazioni che cresce del 10,4% per un totale di 43 milioni di euro, e l’imposta di bollo (+178 milioni di euro pari a +5,9%), va giù del 29% l’imposta di registro (-596 milioni di euro).
 
Entrate da giochi
In forte calo, nei primi cinque mesi dell’anno, anche gli introiti provenienti dai “giochi”, che fanno registrare, complessivamente, entrate pari a 3.838 milioni di euro (-2.706 milioni di euro, -41,4%).
 
Entrate da accertamento e controllo
Il gettito connesso alle attività di accertamento e controllo è stato di 3.577 milioni di euro (-427 milioni di euro, pari a -10,7%) di cui: 1.623 milioni di euro (-250 milioni di euro, pari a -13,4%) relativo alle imposte dirette e 1.954 milioni di euro (-177 milioni di euro, pari a -8,3%) alle imposte indirette. Anche in questo caso i risultati risentono fortemente dalle misure adottate a seguito della straordinaria situazione sanitaria e, in particolare, dalla sospensione prevista dal decreto “Cura Italia”, che aveva già sospeso i termini di versamento delle entrate tributarie ed extratributarie derivanti da cartelle di pagamento emesse dagli agenti della riscossione nel periodo dall’8 marzo al 31 maggio 2020, ulteriormente prorogati dal decreto “Rilancio” fino al 31 agosto.

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Diminuzioni generalizzate per le controversie tra Fisco e contribuenti nel periodo gennaio-marzo 2020 rispetto alla stessa finestra temporale dello scorso anno. I nuovi contenzioni sono scesi, complessivamente, del 4%, e le liti pendenti del 6 per cento. Inoltre, il 98,34% degli atti e documenti processuali è stato trasmesso online alle Commissioni attraverso l’applicazione telematica PTT. A comunicarlo le statistiche e le analisi del contenzioso tributario disponibili in rete sul sito del ministero dell’Economia e delle Finanze.

In particolare, amministrazione finanziaria e contribuenti hanno portato in tribunale, nel primo trimestre 2020, in entrambi i gradi di giudizio, 48.849 controversie, dato che riflette una flessione del 3,91% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno.
Riguardo alle definizioni delle cause tributarie, dal Mef osservano che anche in questo campo il Coronavirus si è fatto sentire determinando un forte calo dei processi conclusi (-30,04%) causato dalla sospensione dei processi, e il conseguente aumento delle liti pendenti rispetto al trend registrato al 31 dicembre 2019.

Nel dettaglio, dal 1° gennaio al 31 marzo 2020, sono state 35.526 (-5,84%) le nuove controversie aperte davanti alle Commissioni tributarie provinciali e 29.688 i ricorsi definiti (-31,16%) in primo grado.
Di segno contrario gli appelli davanti alla Commissioni tributarie regionali, aumentati, nello stesso trimestre, dell’1,66% e pari a 13.323, le cause concluse sono state 11.133, il 26,89% in meno rispetto al primo trimestre 2019.

In primo grado, l’esito dei contenziosi è stato nel 48% dei processi completamente a favore dell’ente impositore, per un valore complessivo di 1.350,99 milioni di euro, nel 27% dei casi il giudizio ha dato completa ragione al contribuente, per un valore di 541,60 milioni di euro, pronunce intermedie per circa l’11% dei contenziosi, per un valore complessivo di 401,08 milioni di euro.
Percentuali simili per il secondo grado di giudizio. L’ente impositore ha infatti vinto in appello nel 49% dei casi, per un valore complessivo di 851,54 milioni di euro, il 30% delle decisione è stata invece completamente a favore del contribuente per un valore complessivo di 1.084,12 milioni di euro, le controversie senza “vincenti e perdenti” ben definiti circa il 9%, per un valore complessivo di 204,36 milioni di euro.

Largo uso, ormai, del Processo tributario telematico che nel primo trimestre 2020 è stato utilizzato nel 98,34% dei casi per presentare atti e documenti relativi alle nuove controversie. Nel dettaglio, presso le Ctp, il 98,30% degli atti processuali è stato deposito tramite il canale telematico, mentre presso le Ctr la percentuale si attesta al 98,47 per cento.

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Disponibili sul sito del dipartimento delle Finanze le statistiche relative agli Indici sintetici di affidabilità fiscale, alle dichiarazioni delle persone fisiche titolari di partita Iva e in base al reddito prevalente, trasmesse dai contribuenti nel 2019, relative al periodo d’imposta 2018. Occorre ricordare, osservano dal Mef che si tratta di dati relativi a una situazione economica in ascesa, con un Pil che faceva registrare un +1,7% e non paragonabile, quindi, allo scenario attuale altamente “contagiato” dall’emergenza epidemiologica e dal conseguente blocco delle attività.
 
Debuttano gli Isa
Gli Indici di affidabilità fiscale dal 2019, per il periodo d’imposta 2018, hanno sostituito gli studi di settore. I nuovi indicatori statistici sono stati introdotti per favorire l’adempimento spontaneo da parte dei contribuenti e incrementare la collaborazione tra cittadini e Fisco.
Facendo il punto sui numeri, sono stati 3.189.124 (di cui il 60% persone fisiche) i soggetti interessati dagli Isa nel 2018. Il confronto, in questo caso, va necessariamente riferito agli studi di settore e il dato, così facendo, registra un leggero aumento (+0,18%) rispetto alla platea dei contribuenti a cui sono stati applicati gli Sds nel 2017. La metà appartiene al Nord Italia (51%), il 27% a Sud e Isole e il 21% al Centro.
I macro settori individuati per il periodo interessato sono 175, di cui 61 relativi ai servizi, 23 ai professionisti, 52 al commercio, 37 al settore delle manifatture e 2 all’agricoltura. Il 51% dei soggetti opera nel settore dei servizi.
C’è da dire che contro i 193 studi di settore del 2017, gli Isa si sono presentati nel 2018 con 175 cluster individuati secondo specifici Modelli di Business (MoB), basati sulla “catena del valore”. Inoltre, il comparto agricoltura risultava assente dagli studi 2017 (vedi articolo “Il progetto degli Isa procede verso la completa realizzazione).
Nel dettaglio, i ricavi/compensi totali dei contribuenti sottoposti a Isa nel 2018, sono risultati pari a 795,5 miliardi di euro, con un incremento del 9,1% rispetto al totale dichiarato dagli studi di settore del 2017, salgono anche i ricavi/compensi medi dichiarati, che ammontano a 249.430 euro (+8,9%). In riferimento a quest’ultimo dato, per macro settore economico, l’incremento dichiarato va da un minimo del 5,4% del commercio, a un massimo dell’11% del settore dei servizi, a cui seguono manifatture (+8,8%) e professionisti (+8,6%). L’attività agricola per quest’anno rimane fuori dal confronto visto che nel 2017, come sopra detto, non era stata sottoposta a studi di settore.
L’analisi statistica evidenzia inoltre che il valore aggiunto medio degli Isa del 2018 è di 95.480 euro, con performance più significative per le società di capitali, nel Nord Italia e per il settore delle manifatture.
Rilevante il dato relativo al reddito totale dichiarato nel 2018, il cui ammontare è di circa 113,9 miliardi di euro, un risultato che stacca di 24 punti percentuali a il reddito calcolato con gli studi di settore nell’anno precedente.
Per completezza i tecnici del Df precisano che il reddito totale dichiarato nel 2017 risulta particolarmente basso per effetto della modifica del criterio di determinazione del reddito d’impresa in contabilità semplificata da “competenza” a “cassa”. Nel 2018, comunque, l’ammontare del reddito medio totale dichiarato è di 35.735 euro, con 33.200 euro per le persone fisiche, 45mila euro mila euro per le società di persone e 35.200 euro per le società di capitali e agli enti.
Il dipartimento, a questo punto, mette in risalto le principali differenze tra Indici di affidabilità fiscale e studi di settore evidenziando che con un “voto” Isa pari almeno a 8, su una scala da 1 a 10, è previsto per tutti i contribuenti un regime premiale crescente, mentre negli Sds il regime di favore era subordinato ai requisiti soggettivi di congruità (naturale o per adeguamento), coerenza e normalità ed era comunque escluso per alcuni studi.
Questo per dire che, nel 2018, i contribuenti che hanno guadagnato un Isa pari almeno a 8 sono aumentati del 14,6% rispetto ai congrui, coerenti e normali degli studi di settore del 2017. Nello specifico nel 2017 solo il 34% dei soggetti era congruo, coerente e normale, nel 2018 i soggetti con un Isa almeno pari a 8 sono risultati il 39 per cento.
Restringendo l’analisi, ai soggetti con accesso al regime premiale nel 2018, i ricavi o compensi medi dichiarati salgono a 276.402 euro (+10,8% rispetto al totale dei soggetti), mentre il valore aggiunto è pari a 120.944 euro e il reddito medio dichiarato è di 57.634 euro, valore molto più elevato rispetto a quello medio dichiarato dal totale dei soggetti (+61,3%).
 
Iva, focus su forfetari e regime di vantaggio
Diminuiti, rispetto al 2017, i titolari di partita Iva che nel 2018 hanno presentato la dichiarazione relativa all’imposta sul valore aggiunto, per un totale oltre 3,6 milioni di contribuenti (-0,5%) con una platea composta da imprenditori (41,8%), lavoratori autonomi (20,6%), agricoltori (6,9%) e contribuenti in “regime fiscale di vantaggi” e ‘regime forfetario’ (30,7%).
Vistoso aumento per i “forfetari” con 856.800 presenze (+25,9%), in 161.800 hanno iniziato l’attività nel 2018. L’imponibile ammonta a circa 7,1 miliardi di euro per un valore medio di 9.231 euro e l’imposta sostitutiva del 15% o 5% (per i primi cinque anni di attività) è pari a 788 milioni di euro per un valore medio di 1.026 euro.
Il risultato tiene conto dell’abbattimento di 2/3 della base imponibile per chi ha iniziato l’attività nel 2016.
Ricordano, i tecnici del Df, che dal 2016 il regime naturale delle persone fisiche titolari di partita Iva di piccole dimensioni è rappresentato dal “regime forfetario”, di conseguenza il “regime di vantaggio” è applicato soltanto da chi vi ha aderito prima del 2016 per il tempo di permanenza rimanente (5 anni o fino al raggiungimento di 35 anni di età).
I contribuenti che hanno aderito a tale regime entro il 2015 sono ancora oltre 253mila, di questi oltre l’83% dichiara un reddito imponibile di circa 2,6 miliardi di euro per un ammontare medio di 12.271 euro e un’imposta sostitutiva al 5% di 129,4 milioni di euro per un importo medio di 615 euro.
In definitiva, i titolari di partita Iva che hanno applicato, nel 2018, i regimi agevolati hanno superato quota 1,1 milioni di contribuenti; inoltre, considerando gli ultimi dati sulle aperture 2019 pubblicati dall’Osservatorio sulle partite Iva, a seguito dell’innalzamento del tetto di ricavi a 65mila euro, il numero dovrebbe avvicinarsi agli 1,4 milioni nelle dichiarazioni relative al periodo d’imposta 2019 in corso di acquisizione.
 
Reddito prevalente, primato a lavoro dipendente e pensioni
L’analisi statistica tiene conto delle dichiarazioni Irpef delle persone fisiche, pubblicate a marzo, valorizzate anche dalla classificazione dei contribuenti in base al reddito prevalente.
Dal 2018 è stato rivisto il criterio di prevalenza, considerando nella scelta anche i redditi soggetti a tassazione sostitutiva dei contribuenti in regime forfetario e di vantaggio.
Sulla base di detti criteri, le statistiche rilevano che l’84,1% dei circa 41,4 milioni di contribuenti Irpef percepisce reddito da lavoro dipendente o pensione e solo il 6,3% del totale ha un reddito prevalente derivante da attività d’impresa o da lavoro autonomo, compreso anche quello in regime forfetario e di vantaggio, sono invece il 4% le persone fisiche che detengono in prevalenza reddito da fabbricati.
Confrontando le dichiarazioni dei dipendenti con quelle di propri datori di lavoro emerge che oltre il 75% dei primi ha prestato servizio presso lo stesso datore di lavoro nell’arco dell’anno. Il 56% è assunto presso società per azioni, società a responsabilità limitata e società cooperative, il 15% lavorano presso gli enti pubblici, il 9% presso ditte individuali, il 6% è occupato presso enti ospedalieri ed istituti di previdenza e assistenza sociale, il 7% presso società di persone.
Andamento altalenante per il reddito medio da lavoro dipendente rispetto alla diversa natura del datore di lavoro: il più basso è di 9.951 euro ed è stato rilevato nei confronti dei dipendenti delle persone fisiche, seguono i dipendenti delle società di persone con un reddito medio pari il a 13.950 euro, ai lavoratori della pubblica amministrazione spetta un reddito medio di 21.590 euro, il reddito medio più elevato, pari a 23.630 euro, è per i dipendenti delle società di capitali.
 
E ancora registro e successioni
Completano l’analisi statistica le dichiarazioni delle società di persone e quelle relative alle imposte di registro e successioni.

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Trend negativo per le entrate tributarie e contributive nei primi quattro mesi del 2020 che complessivamente evidenziano una diminuzione del 2,6% (-5.496 milioni di euro) rispetto allo stesso quadrimestre del 2019. È quanto emerge dal Rapporto redatto congiuntamente dal Dipartimento delle finanze e della Ragioneria generale dello Stato.

Nel dettaglio, nel periodo gennaio-aprile 2020, il gettito proveniente dalle entrate tributarie scende del 3,1 (-4.133 milioni di euro) mentre le entrate contributive perdono l’1,8% (-1.363 milioni di euro).
In particolare, osservano i tecnici del Mef, il calo registrato negli incassi provenienti dai contributi, è conseguente al rinvio a maggio, nel 2019, del pagamento della rata dei premi assicurativi nell’ambito della procedura di revisione del sistema tariffario dell’Inail, ordinariamente in scadenza nel mese di febbraio. Il ministero precisa, inoltre, che la diversa tempistica dei versamenti rende ancora non omogeneo il confronto tra il gettito incassato nel il 2020 e il gettito 2019. Eliminando tale disallineamento le entrate contributive nel mese di aprile registrano una diminuzione del 5,6 per cento.

Per quanto riguarda le entrate tributarie, l’importo complessivo registrato nel periodo in osservazione tiene conto, rispetto al Bollettino diffuso lo scorso 5 giugno (vedi “Entrate tributarie: 123,7 mld di euro nel primo quadrimestre 2020”), anche dei principali tributi degli enti territoriali e delle poste correttive.

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Ridotto il numero delle liti complessivamente arrivate nel 2019 alle Commissioni tributarie che risultano -10,2% rispetto all’anno precedente con un trend in diminuzione anche delle liti tributarie pendenti ridotte del 10,5% (335.262 controversie pendenti al 31 dicembre 2019) rispetto al 2018. Il dato è riportato dal comunicato stampa del Mef che rimanda al sito internet del dipartimento delle Finanze per la lettura delle statistiche e delle analisi dei dati del contenzioso tributario.

Leggendo i dati complessivi risulta che anche le controversie definite pari 228.247, registrano una diminuzione complessiva del 9,8% rispetto al 2018.
Il valore complessivo delle liti tributarie pendenti ammonta a circa 40,6 miliardi di euro, con una giacenza inferiore a 2 anni  per il 65,5% di esse (pari a 219.489 unità), il 28,4% (pari a 95.313 unità) è in giacenza in un periodo compreso tra 2 e 5 anni e solo il 6,1% (pari a 20.460 unità) è in giacenza da più di 5 anni.
Per quanto riguarda il valore complessivo delle controversie presentate nel 2019 (-5,5% rispetto a quelle del 2018 pari a -1,3 miliardi di euro) questo si attesta a 22,8 miliardi di euro e il valore medio della singola lite tributaria è pari a circa 121mila euro.
Continuando ad esaminare il dato d’insieme relativo al 2019 il valore complessivo delle controversie definite è di circa 24,7 miliardi di euro, mentre il valore medio della singola controversia decisa è pari a circa 108mila euro.
Sia in primo che in secondo grado, gli esiti completamente favorevoli all’ente impositore sono maggiori rispetto agli esiti completamente favorevoli al contribuente.
Nel 2019, infine, sono stati effettuati complessivamente 1.464.833 depositi di atti e documenti digitali su un totale di 1.887.746 depositi, pari al 77,6%.

Cosa è successo nelle Commissioni tributarie provinciali…
Nel corso del 2019 si è avuto un calo dei ricorsi presentati pari al -7,3%, con un calo anche delle controversie definite del -10,3%.
Per quanto riguarda il valore complessivo delle liti entrate in Ctp l’82,6% ha un valore inferiore o uguale a 50mila euro (per un totale di circa 827milioni di euro) mentre solo l’1,4% dei ricorsi presentati è attinente a liti di valore superiore a 1milione di euro corrispondenti a un totale di 8,7 miliardi di euro.
Nel primo grado di giudizio, l’83,7% dei ricorsi definiti riguarda controversie di valore inferiore o uguale a 50 mila euro (per un totale di circa 968milioni di euro), mentre solo l’1,3% riguarda ricorsi di valore superiore a 1 milione di euro (per un totale di circa 9miliardi di euro).
Gli esiti delle controversie completamente favorevoli all’ente impositore in primo grado sono stati il 46,8%, mentre quelli completamente favorevoli al contribuente sono pari al 28,7% dei pronunciamenti e il giudizio intermedio si attesta all’11,5%.
Nell’anno di riferimento, la durata media del processo tributario nel primo grado di giudizio è di 608 giorni (pari a 1 anno e 8 mesi), con un miglioramento di 81 giorni rispetto al 2018 e di 150 giorni rispetto al 2017.
Infine, sono stati effettuati 1.124.337 depostiti telematici nelle Ctp, equivalenti a 59.625 ricorsi, pari al 41,9% del totale, e 1.064.712 controdeduzioni ed altri atti, pari all’80,2% del totale.

… e nelle Commissioni tributarie regionali
Gli appelli presentati nel 2019 sono diminuiti del 17,9% mentre le liti definite si sono attestate a -8,5% rispetto all’anno precedente.
Prendendo in esame il valore complessivo delle controversie arrivate in Ctr il 67,3% degli appelli riguarda liti con un valore inferiore o uguale a 50mila euro (corrispondenti a un totale di 350milioni di euro) mentre il 2,6% interessa controversi di valore superiore a 1milione id euro per un totale di 7miliardi di euro.
Per quanto attiene gli appelli definiti il 70,2% delle decisioni riguarda appelli di valore inferiore o uguale a 50mila euro per un totale di circa 445milioni di euro, mentre il 2,5% riguarda appelli di valore superiore a 1milione di euro pari a circa 7,6 miliardi di euro totali.
Nei giudizi di appello l’ente impositore è risultato vincente nel 46,1% dei casi, mentre il contribuente ha avuto completamente ragione nel 34,1% dei casi e il giudizio intermedio si è avuto nell’8,3% dei casi.
Nel 2019 la durata media del processo tributario nel secondo grado di giudizi si attesta a 906 giorni (pari a 2 anni e 6 mesi), con un peggioramento di 50 giorni rispetto al 2018 e di 134 giorni rispetto al 2017.
Per quanto riguarda, poi, i depositi telematici nelle Ctr sono stati inviati 340.496 atti, e cioè 28.070 appelli, pari al 59,9% del totale e 312.426 controdeduzioni ed altri atti, pari all’84,2% del totale.

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Trend negativo delle entrate tributarie per il periodo in osservazione, gennaio-aprile 2020, a confronto con lo stesso quadrimestre 2019. Inevitabili le ripercussioni dovute alle misure adottate per fronteggiare l’emergenza sanitaria. È quanto emerge dal consueto Bollettino mensile elaborato dal Dipartimento delle finanze, disponibile online, insieme alle Appendici statistiche e alla relativa Nota tecnica.

In particolare, il gettito complessivo delle entrate tributarie erariali accertate, nel primo quadrimestre 2020, in base al criterio della competenza giuridica, è pari a 123.730 milioni di euro, con una perdita del -4,4% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno.
La flessione già registrata a marzo (-7,3%), osservano dal Dipartimento, ad aprile è diventata più consistente (-22,1%) a causa del differimento dei versamenti tributari e contributivi, previsti dal Dl n. 23/2020, per gli esercenti attività di impresa, arte o professione, fiscalmente domiciliati nelle zone interessate dall’emergenza.
Più nel dettaglio, ad aprile, le imposte indirette hanno perso il 36,3%. A incidere, soprattutto, la diminuzione dell’Iva sugli scambi interni (-2.941 milioni di euro), dovuto sia al complessivo peggioramento congiunturale che alle proroghe dei versamenti disposte a sostegno degli operatori.

Imposte dirette
Le imposte dirette, complessivamente, portano nelle casse dello Stato 71.687 milioni di euro, 2.654 milioni in più (+3,8%) rispetto al primo quadrimestre 2019.
In leggera flessione il gettito Irpef, che conta, nel periodo in esame, 63.025 milioni di euro (-0,6%). Il trend negativo è dovuto all’andamento delle ritenute sui redditi dei dipendenti del settore privato (-3,9%) e sui redditi dei lavoratori autonomi (-6,6%), di segno opposto le ritenute sui redditi dei dipendenti pubblici, che aumentano del 3,6 per cento.
Valori in crescita per l’imposta sostitutiva sui redditi e per le ritenute sugli interessi e gli altri redditi di capitale (+1.064 milioni di euro), come anche per l’imposta sostitutiva sui redditi da capitale e sulle plusvalenze (+815 milioni di euro). L’incremento è direttamente connesso all’andamento dei mercati finanziaria nel 2019 e all’imposta sostitutiva dei fondi pensione (+1.129 milioni di euro), il cui aumento è determinato dai risultati positivi dei rendimenti medi ottenuti nel 2019 dalle diverse tipologie di forme pensionistiche complementari.

Imposte indirette
È l’Iva la maggiore responsabile della diminuzione delle entrate provenienti dalle imposte indirette, che incassano, nei primi quattro mesi dell’anno, complessivamente 52.043 milioni di euro (-13,8%). L’imposta sul valore aggiunto perde, da sola, 4.887 milioni di euro pari a -13,7 per cento. Il dato risente, in primo luogo, del minore gettito proveniente dagli scambi interni (-4087 milioni di euro pari a -13,1%), dovuto alla proroga dei versamenti decisa dal Dl n. 18/2020.
In crescita, invece, le imposte sulle assicurazioni (+33 milioni di euro, pari a + 8,5%) e di bollo (+244 milioni di euro, +10,8%). Giù di 403 milioni di euro l’imposta di registro che segna una diminuzione del 24,8 per cento.

Entrate da giochi
Diminuisce la voglia di giocare degli italiani. Le entrate relative ai “giochi” scendono infatti, rispetto agli stessi mesi del 2019, del 35,5%, portando all’Erario 3.354 milioni di euro.

Entrate da accertamento e controllo
Crescita contenuta per le entrate tributarie erariali derivanti dalle attività di accertamento e controllo che incassano, in tutto, 3.067 milioni di euro (+86 milioni di euro, pari a +2,9%). Spacchettando il dato, emerge che 1.416 milioni di euro (+50 milioni di euro, pari a +3,7%) provengono dalle imposte dirette e 1.651 milioni di euro (+36 milioni di euro, pari a +2,2%) dalle imposte indirette.

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È in rete sui siti internet dei dipartimenti delle Finanze e della Ragioneria dello Stato il bollettino che, redatto congiuntamente dalle due strutture, analizzando le entrate tributarie e contributive, certifica la crescita nel primo trimestre di quest’anno, nel confronto con lo stesso periodo del 2019. I dati contenuti nel rapporto comprendono anche i principali tributi di competenza degli enti territoriali e delle poste correttive e, quindi, perfezionano e completano quelli diffusi lo scorso 5 maggio (vedi articolo “Entrate tributarie 1° trimestre 2020: il gettito raggiunge quota 98,8 mld).

Le entrate nei mesi gennaio-marzo di quest’anno hanno registrato una crescita, nonostante l’inizio del blocco delle attività già in vigore nel corso del mese di marzo, in virtù del buon andamento dei tributi a gennaio e febbraio e della variazione positiva di quelle contributive. I dati del bollettino rilevano, infatti, che nel trimestre sono aumentati gli incassi, nel complesso, di 5.668 milioni di euro (+3,6%, rispetto allo stesso periodo del 2019). In termini di cassa, inoltre, il rapporto tiene conto della variazione positiva del 2,5% (+2.502 milioni di euro) delle entrate tributarie e dell’incremento delle entrate contributive che registrano l’aumento del 5,4% (+3.166 milioni di euro). Quest’ultimo dato, però, è influenzato dal fatto che nel 2019 è stato disposto lo slittamento del pagamento delle rate dei premi assicurativi da febbraio a maggio, nell’ambito della procedura di revisione del sistema tariffario dell’Inail. Tale sfasamento nella tempistica dei versamenti, rileva il Mef, rende disomogeneo il confronto tra gli incassi del primo trimestre 2020 e quelli 2019. Eliminando, perciò, tale disallineamento le entrate contributive nel mese di marzo risultano sostanzialmente invariate (+0,1%).

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Nei primi tre mesi del 2020 sono state aperte 158.740 nuove partite Iva, che confrontate con quelle aperte nello stesso periodo del 2019 registrano una contrazione del 19,7%. In particolare, si evidenzia che nel periodo gennaio-febbraio 2020 c’è un calo dell’8% dovuto alla diminuzione di avviamenti in regime forfetario rispetto dato riscontrato nei primi mesi del 2019 dovuto all’innalzamento del limite di ricavi a 65.000 euro. Ma il dato più rilevante, in negativo, si registra nel mese di marzo che attesta un calo del 50% rispetto a marzo 2019.

Nel prendere in esame i dati suddivisi per natura giuridica si riscontra che il 76,1% delle nuove aperture di partita Iva è effettuato dalle persone fisiche, il 18,6% dalle società di capitali, il 3,6% alle società di persone; la quota dei “non residenti” e “altre forme giuridiche” si attesta complessivamente sull’1,6% del totale delle nuove aperture.
Nel confronto con il primo trimestre 2019 per tutte le forme giuridiche si evidenziano notevoli cali di aperture: -17,1% delle società di persone, -20,7% delle persone fisiche.
Nel primo bimestre il maggior calo delle aperture risulta quello delle persone fisiche (-9,7%), che è anche condizionato dal fatto che l’anno scorso c’è stato un forte aumento dovuto alle massicce adesioni al regime forfetario, mentre è più limitato per le società di capitali (-2,9%).
Diminuzioni tra il 50 e il 57% sono riscontrati nel mese di marzo per tutte le forme giuridiche, mentre, in controtendenza, si segnalano i soggetti non residenti, che continuano a registrare un forte aumento (+56,7%) e si concentrano in particolare nel commercio elettronico.

Passando alla ripartizione territoriale, lo schema delle nuove aperture è così dislocato: il 45,2% al Nord, il 21,5% al Centro e quasi il 33% al Sud e nelle Isole.
Nel confronto con i dati dell’analogo periodo dello scorso anno si evidenzia, in generale, una complessiva diminuzione degli avviamenti che va dalla Val d’Aosta (-8%) al Lazio (-23%), mentre nel periodo gennaio-febbraio a fronte del calo della Calabria (-11,3%) si registra l’incremento dell’Abruzzo con +1,5%; a marzo, però, va evidenziato il dato della Lombardia che ha registrato una flessione del 55,2%.

Leggendo i dati in base alla classificazione per settore produttivo, il maggior numero di aperture di partite Iva si registra tra le attività professionali (19,7% del totale), settore seguito dal commercio con il 17,1% e dalle costruzioni (9,7%).
L’analisi per settori produttivi, in base al confronto con quella del primo trimestre del 2019, evidenzia che il calo maggiore di aperture è avvenuto nelle attività di intrattenimento (-24,9%, e nel mese di marzo -63,9%), mentre la diminuzione meno evidente si è avuta nel settore della sanità (-10,5%).
Nei primi due mesi 2020 i servizi alle imprese registrano una diminuzione di avviamenti del 14,1%, mentre l’istruzione è in attivo del 2,2%.
Per quanto riguarda le persone fisiche, la ripartizione realizzata per genere fa rilevare una sostanziale stabilità, con il dato maschile attestato al 61,1%.
Nella ripartizione per fasce di età il 47,6% dei nuovi avviamenti si è avuto da parte di giovani fino a 35 anni ed il 31,7% da persone appartenenti alla fascia compresa fra 36 e 50 anni: nel confronto con il primo trimestre 2019 si nota che tutte le classi di età registrano diminuzioni di aperture, tra queste la classe più anziana registra il maggior calo pari al 31,9%.

Nell’analisi effettuata secondo il Paese di nascita degli avvianti, spicca il dato del 14,5% delle aperture messo in atto da persone nate all’estero.

Infine, va rilevato che nel primo trimestre 2020 sono stati 81.779 coloro che hanno aderito al regime forfetario, pari al 51,5% del totale delle nuove aperture, pari a -21,7% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. A gennaio, la diminuzione è stata del 10,9%, a marzo del 50,6%.

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