Rosa Colucci
19 Giugno 2018
Il Fisco e i giovani italianiche lavorano nel Regno Unito
Attualità
Il Fisco e i giovani italiani
che lavorano nel Regno Unito
A fare la differenza è la residenza: regole diverse per chi la mantiene nel nostro Paese e per chi invece l’ha trasferita all’estero. In ogni caso, è esclusa la doppia imposizione
Molti ragazzi stanno vivendo esperienze lavorative all’estero; in questo periodo di dichiarazioni dei redditi, per loro sarà importante capire come comportarsi dal punto di vista tributario, dove presentare il modello e come calcolare le imposte dovute. In tale ambito, una particolare rilevanza è occupata dall’Inghilterra, dove molti giovani si recano per lavorare e imparare contemporaneamente la lingua.
Gli scenari si diversificano a seconda che le persone siano ancora fiscalmente residenti in Italia oppure in Gran Bretagna (e, quindi, già iscritti all’Aire – Anagrafe degli italiani residenti all’estero); in quest’ultimo caso, devono fare i conti con il fisco del Regno Unito.
Lavoratori dipendenti fiscalmente italiani
Chi è fiscalmente residente in Italia deve presentare la dichiarazione dei redditi all’Agenzia delle entrate del nostro Paese. In poche parole, chi, per il 2017, è stato iscritto nelle Anagrafi comunali della popolazione residente per la maggior parte dell’anno (cioè, almeno 183 giorni) oppure ha nel territorio italiano il domicilio o la residenza ovvero si è trasferito in un Paese a fiscalità privilegiata, ai fini delle imposte sui redditi si considera residente in Italia, anche se attualmente lavora oltre Manica.
Gli interessati devono raccogliere tutte le Certificazioni uniche/buste paga, italiane ed estere, e ragionare secondo le regole di casa nostra, vale a dire verificare, innanzitutto, di aver superato la soglia minima di reddito imponibile, sommando i redditi italiani con quelli inglesi e calcolando, per questi ultimi, il cambio medio mensile in euro, al netto dei contributi previdenziali.
Molto probabilmente, le buste paga inglesi, in particolare dei giovani arrivati in UK da pochi mesi, non avranno voci relative alla tassazione, perché il datore di lavoro ha calcolato che il dipendente, fino alla termine dell’anno fiscale del Regno Unito, non avrebbe raggiunto la soglia minima di reddito imponibile. Attenzione, tale circostanza non ha effetti sulla dichiarazione dei redditi italiana che deve contenere anche detti importi.
Nel modello dichiarativo possono essere inserite anche tutte le voci che, secondo le norme nazionali, rappresentano oneri deducibili o detraibili (spese sanitarie, di istruzione, eccetera).
Chi ha superato la soglia di esenzione per la Gran Bretagna, si troverà ad aver pagato già le tasse inglesi. Che succede in questi casi? Le imposte sono dovute anche da noi, utilizzando il modello Redditi Pf, attraverso il quale, però, è possibile, contestualmente, recuperare le imposte estere sotto forma di credito d’imposta (articolo 165, Tuir), evitando così la doppia imposizione sullo stesso reddito.
Lavoratori dipendenti fiscalmente inglesi
Il criterio cambia per chi è fiscalmente residente nel Regno Unito, in quanto tenuto a seguire le regole britanniche, senza dover fare i conti con il sistema italiano.
Innanzitutto, il periodo fiscale UK va dal 6 aprile al 5 aprile dell’anno successivo. Inoltre, vige un sistema di “autovalutazione” (Self assessment), cioè di un meccanismo che l’HM Revenue and Customs utilizza per incassare l’imposta sul reddito, in genere riscossa automaticamente da salari, pensioni e risparmi. Le trattenute fiscali effettuate dal datore di lavoro sulla busta paga sono calcolate sullo stipendio lordo al netto dei contributi previdenziali.
La presenza di altri redditi, invece, va segnalata nella relativa dichiarazione.
A differenza del nostro sistema fiscale, quello britannico non prevede deduzioni e detrazioni per alcune spese sostenute nell’anno come, ad esempio, quelle sanitarie o per l’affitto della casa.
pubblicato Martedì 19 Giugno 2018
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