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L’aliquota ridotta del 10%, chiarisce l’Agenzia delle entrate con la risposta n. 218/E del 14 luglio 2020, non può essere applicata all’installazione delle colonnine per la ricarica dei veicoli elettrici, destinate esclusivamente ad uso privato. L’intervento, infatti, da solo, non costituisce un’opera di urbanizzazione pubblica agevolabile. L’Iva ridotta torna però in campo nel caso in cui le colonnine sono fornite e installate unitamente all’impianto fotovoltaico, costituendo un’unica infrastruttura.

Il quesito è di una srl che intende posizionare nell’abitazione italiana di un residente in Svizzera, un impianto fotovoltaico, utilizzabile anche per ricaricare l’auto, e una colonnina di ricarica del veicolo elettrico. Ciò detto, la società chiede se, ai fini Iva, in relazione all’installazione della colonnina:

  • sia possibile applicare l’aliquota ridotta del 10% come per il montaggio dell’impianto fotovoltaico
  • sia applicabile l’aliquota ridotta perché equiparabile alle ipotesi agevolate indicate nella Tabella A, parte III, n. 127- quinquies) del Dpr n. 633/1972
  • sia soggetta ad aliquota ordinaria del 22 per cento.

La società chiede, inoltre, quale sia il trattamento Iva nel caso in cui l’acquirente della colonnina di ricarica fosse un soggetto Iva che utilizza il dispositivo per ricaricare i propri mezzi aziendali o strumentali.

L’Agenzia delle entrate, prima di affrontare la questione del corretto trattamento ai fini dell’imposta sul valore aggiunto, ricorda che la legge di bilancio 2019, con l’inserimento dell’articolo 16-ter nel Dl n. 63/2013, ha introdotto una nuova detrazione fiscale del 50% per le spese sostenute, dal 1° marzo 2019 al 31 dicembre 2021, per l’acquisto e la posa in opera delle infrastrutture di ricarica delle auto elettriche, di potenza standard, dotate di una o più punti di ricarica e non accessibili al pubblico (vedi articolo “Scattano gli incentivi per i veicoli più puliti. Ecotassa per chi inquina).
In particolare, per beneficiare dell’agevolazione, occorre far riferimento alle lettere d) e h), dell’articolo 2, comma 1, del Dlgs n. 257/2016, ove viene specificato, rispettivamente, cosa s’intenda per “potenza standard” e in quali casi la struttura non sia accessibile al pubblico.

Tali definizioni sono fondamentali anche per fornire i chiarimenti in materia di Iva.
L’Agenzia a questo punto ricorda in quali casi, secondo la normativa di riferimento, è applicabile l’aliquota del 10% riportando i numeri 127-quinquies, 127-sexies e 127-septies della Tabella A, parte III, allegata al decreto Iva.
In particolare, il 127-quinquies stabilisce che sono soggette all’aliquota ridotta del 10% le “opere di urbanizzazione primaria e secondaria elencate nell’art. 4 della legge 29 settembre1964, n. 847, integrato dall’art. 44 della legge 22 ottobre 1971, n. 865;(…); impianti di produzione e reti di distribuzione calore-energia e di energia elettrica da fonte solare-fotovoltaica ed eolica; ….”.
In sintesi, usufruiscono dell’Iva leggera le opere di urbanizzazione primaria elencate nell’articolo 4, della legge n. 847/1964, e cioè le strade residenziali, gli spazi di sosta o di parcheggio, le fognature, la rete idrica, la rete di distribuzione dell’energia elettrica e del gas, la pubblica illuminazione e gli spazi di verde attrezzato. Nel dettaglio, gli interventi di urbanizzazione primaria sono definiti dal Dpr n. 380/2001 (“Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia edilizia”).
Dai riferimenti normativi, in pratica, si ricava che le caratteristiche essenziali delle opere di urbanizzazione agevolabili sono l’interesse collettivo e la loro destinazione ad uso pubblico a prescindere dalla loro localizzazione.
Un diverso orientamento, osserva l’amministrazione nella sua risposta, è dato dall’articolo 17-sexies, comma 1, della legge n. 134/2012 secondo il quale “le infrastrutture destinate alla ricarica dei veicoli alimentati ad energia elettrica anche private, costituiscono opere di urbanizzazione primaria realizzabili in tutto il territorio comunale”.

L’Agenzia ritiene, tuttavia, che quest’ultima disposizione non sia applicabile in senso assoluto e, cioé, a prescindere dalle caratteristiche dell’infrastruttura. Per le Entrate sconta l’Iva al 10% soltanto l’impianto configurabile come opera di urbanizzazione primaria e, quindi, in grado di soddisfare le esigenze e gli interessi della comunità. Requisiti che sembrano mancare alle colonnine oggetto dell’interpello. Da quanto detto dall’istante, infatti, i punti di ricarica che intende installare sono a uso esclusivamente privato e, pertanto, non agevolabili come opere di urbanizzazione primaria.
Né tali installazioni possono essere considerate, come prospettato dalla srl, equiparabili alle tipologie indicate al numero 127-quinquies della Tabella A, ossia agli impianti di produzione e reti di distribuzione calore-energia e di energia elettrica da fonte solare-fotovoltaica ed eolica, trattandosi di dispositivo la cui unica funzione è ricaricare un veicolo elettrico.

Ma la questione non si chiude qui. L’Agenzia aggiunge, infatti, che nel caso in cui le colonnine siano fornite e installate unitamente all’impianto fotovoltaico, in modo da costituire un meccanismo unico, magari nell’ambito di un contratto di appalto, potrà essere applicata l’Iva al 10% prevista dai numeri 127-quinquies e 127-septies del Dpr n. 633/1972.
In caso contrario, e cioè se i punti di ricarica sono realizzati autonomamente rispetto al fotovoltaico, la società dovrà applicare l’aliquota ordinaria del 22 per cento. Stessa risposta per l’installazione effettuata su incarico di un soggetto Iva per la ricarica dei propri mezzi aziendali o strumentali.

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Con la risposta n. 213 del 14 luglio 2020 l’Agenzia delle entrate torna sull’argomento sismabonus (articolo 16, comma 1-septies, Dl n. 63/2013), con una serie di chiarimenti sollecitati da un’impresa di costruzioni.
In particolare, tra l’altro, precisa che, per rimanere nell’alveo dell’agevolazione, non è necessario che l’impresa esegua direttamente i lavori di miglioramento sismico. È possibile, infatti, che gli stessi interventi siano commissionati ad altra impresa esecutrice, a condizione che l’appaltante sia titolare del titolo abilitativo necessario alla realizzazione dei lavori finalizzati al miglioramento sismico e che sia astrattamente idonea a eseguirli, cioè sia identificata nel giusto codice attività Ateco, oppure abbia nell’oggetto sociale la previsione espressa dell’attività di costruzione o di ristrutturazione immobiliare.

Non è invece consentito, afferma l’Agenzia, che l’impresa non acquisti l’immobile e che lo alieni, successivamente agli interventi, attraverso un mandato a vendere conferitogli dal proprietario.
Tale modalità sarebbe in contrasto con il tenore letterale della norma. Infatti, il comma 1-septies dell’articolo 16 si riferisce a lavori di riduzione del rischio simico “eseguiti da imprese di costruzione o ristrutturazione immobiliare che provvedano, entro diciotto mesi dalla data di conclusione dei lavori, alla successiva alienazione dell’immobile”. Tale formulazione presuppone, quindi, il preventivo acquisto dell’immobile da parte dell’impresa, la realizzazione dei lavori edilizi (direttamente o tramite appalto) e, infine, la successiva cessione, da parte dell’impresa proprietaria.
Inoltre, a differenza di quanto sostiene l’istante, tale interpretazione non penalizza coloro che acquistano immobili ristrutturati con criteri antisismici da soggetti diversi dalle imprese di costruzione. Questi, eventualmente, potranno beneficiare di altre disposizioni normative, come l’articolo 16, comma 1, del Dl n. 63/2013, il quale, rimandando alle disposizioni contenute nell’articolo 16-bis, comma 8, del Tuir, prevede, in caso di compravendita di un immobile, il trasferimento della detrazione non utilizzata dal venditore all’acquirente, salvo diverso accordo tra le parti.

Poi, sulla manifestata perplessità che il bonus possa essere fruito anche dalle persone giuridiche, l’amministrazione finanziaria, nel ricordare che la normativa in materia di miglioramento sismico del patrimonio edilizio è finalizzata a promuovere la messa in sicurezza e la stabilità degli edifici in cui si svolgono attività agricole, professionali, produttive di beni e servizi, commerciali o non commerciali, conferma che la detrazione spetta anche ai titolari di reddito d’impresa. Su questo punto rileva che la norma di riferimento “non pone alcun ulteriore vincolo di natura soggettiva od oggettiva al riconoscimento del beneficio“, motivo per cui l’ambito applicativo dell’agevolazione va inteso in senso ampio, visto che la disposizione “intende favorire la messa in sicurezza degli edifici per garantire l’integrità delle persone prima ancora che del patrimonio“.

Infine, alla domanda se il sismabonus è cumulabile con il contributo erogato allo scopo preciso di realizzare gli interventi, l’Agenzia risponde che non osta alla fruizione della detrazione “l’eventuale contributo ricevuto dal Commissario per la ricostruzione”, tenuto conto che la finalità di riqualificazione del patrimonio edilizio abitativo secondo criteri di prevenzione del rischio sismico non viene meno in presenza di un contributo ricevuto per la ricostruzione privata dei territori colpiti dagli eventi sismici.

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Gli errori di fatturazione devono essere corretti al più tardi entro un anno dal momento in cui sono compiuti. La somma percepita nel 2011 a titolo di acconto per un progetto di bonifica, assoggettata ad aliquota Iva ordinaria, non potrà scontare l’Iva ridotta in virtù di un aggiornamento, nel 2019, della convenzione fra le parti che ha ridefinito le prestazioni dell’accordo originario. È la sintesi della risposta n. 216 del 14 luglio 2020 fornita dall’Agenzia delle entrate.

L’istante fa sapere di aver stipulato nel 2011 una convenzione con un ministero per eseguire un progetto di bonifica ambientale e il potenziamento delle strutture per le acque reflue. Sull’acconto del 30% l’istante stesso aveva applicato in via prudenziale l’Iva ordinaria, non essendo ancora in grado di stabilire se poteva fruire dell’aliquota ridotta, dal momento che i lavori erano costituiti da varie prestazioni. Successivamente, nel 2019, stipula una seconda convenzione con il ministero che, in sostanza, ridefinisce i contenuti di quella precedente. Alla luce di questo secondo accordo dunque l’istante chiede se è possibile rettificare l’Iva precedentemente versata, in quanto gli interventi di bonifica dei siti inquinati e le opere di urbanizzazione primaria e secondaria finora realizzati potevano fruire dell’aliquota ridotta pari al 10% (127-septies, Tabella A, parte III, Dpr n. 633/1972).

L’Agenzia ritiene che l’istante non possa effettuare la rettifica in diminuzione dell’imposta sia per mancanza dei presupposti oggettivi sia per decorrenza dei termini.
In particolare, l’articolo 26, commi 2 e 3, del decreto Iva prevede la rettifica dell’Iva nei casi in cui  un’operazione per la quale sia stata emessa fattura, successivamente alla registrazione, venga meno in tutto o in parte ovvero se ne riduca l’ammontare imponibile “in conseguenza di dichiarazione di nullità, annullamento, revoca, risoluzione, rescissione e simili o per mancato pagamento in tutto o in parte a causa di procedure concorsuali o di procedure esecutive individuali rimaste infruttuose o a seguito di un accordo di ristrutturazione dei debiti omologato . ai sensi dell’articolo 182-bis del regio decreto 16 marzo 1942, n. 267, ovvero di un piano attestato ai sensi dell’articolo 67, terzo comma, lettera d), del medesimo regio decreto n. 267 del 1942, pubblicato nel registro delle imprese o in conseguenza dell’applicazione di abbuoni o sconti previsti contrattualmente, il cedente del bene o prestatore del servizio ha diritto di portare in detrazione ai sensi dell’articolo 19 l’imposta corrispondente alla variazione, registrandola a norma dell’articolo 25”. Tale disposizione, specifica il comma 3, non si applica trascorso un anno dall’operazione imponibile.

Nel caso specifico, la somma percepita nel 2011 è un “anticipo generico pari al 30% del corrispettivo contrattualmente previsto”, come affermato dall’interpellante.

Secondo l’Agenzia, l’istante non potendo ripartire le somme incassate tra le diverse prestazioni da realizzare, soggette ad aliquote diverse, ha correttamente applicato l’aliquota ordinaria vigente all’intero corrispettivo. Al momento della fatturazione dell’acconto corrisposto per pagare una serie di prestazioni indistinte e non individuabili, quindi, non è stato commesso alcun errore.
In conclusione, in assenza dei presupposti indicati dal decreto Iva, che legittimano la variazione dell’originaria fattura, e considerando il fatto che dal 2011 al 2019 il termine di un anno è abbondantemente decorso, l’Agenzia ritiene che la società istante non possa applicare l’aliquota Iva ridotta alle prestazioni per il solo fatto che non gli era stato possibile rendicontare le prestazioni realizzate con la prima convenzione.

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Il “sismabonus” è riconosciuto agli acquirenti degli immobili situati nelle zone sismiche 2 e 3, per i quali le procedure di autorizzazione sono iniziate dopo il 1° gennaio 2017 ma prima del 1° maggio 2019, anche se l’asseverazione non è stata presentata contestualmente alla richiesta del titolo abilitativo ma, comunque, entro la data di stipula del rogito. Questo, in sintesi, il contenuto della risposta n. 214 del 14 luglio 2020 fornita dall’Agenzia delle entrate.

La richiesta di chiarimenti arriva da un’impresa di costruzione che sta demolendo un vecchio edificio in zona sismica 3 per ricostruire nuove unità abitative.
La società dichiara che il progetto è stato autorizzato dal Comune con permesso di costruzione del 2018, su richiesta effettuata nel 2017, seguita nello stesso anno dalla comunicazione di inizio lavori presentata al Comune.
L’istante fa presente che l’articolo 8 del decreto “Crescita” ha esteso l’applicazione del “sismabonus” alle zone classificate a rischio sismico 2 e 3: per ottenere la detrazione prevista è necessaria, tra l’altro, la classificazione di rischio sismico delle costruzioni e l’attestazione, da parte dei professionisti abilitati, dell’efficacia degli interventi effettuati, secondo le modalità stabilite dal Dm n. 58/2017, e occorre che tale asseverazione sia presentata contestualmente al titolo abilitativo urbanistico.
In proposito, la società precisa che, al momento della richiesta del titolo edilizio abilitativo del permesso di costruire, non è stata contestualmente allegata l’asseverazione della classe di rischio sismico dell’edificio precedente l’intervento e di quella conseguibile a seguito dell’esecuzione dell’intervento progettato, seppure la società ne fosse in possesso, “… in quanto il richiesto adempimento è stato previsto per gli interventi attivati dal 1° gennaio 2017 in zone sismiche classificate a rischio sismico 2 e 3 solo con il successivo decreto crescita (art. 8 D.L. 30 aprile 2019, n. 34)”.
Quindi, attraverso una documentazione integrativa, l’istante ha prodotto l’asseverazione tecnica nel 2018.
Fatte le premesse, la società chiede se l’asseverazione tecnica possa essere presentata successivamente alla richiesta del permesso di costruzione, per consentire ai futuri acquirenti delle nuove unità immobiliari di fruire del beneficio fiscale.

L’Agenzia delle entrate, nel prendere in esame il quesito, fa presente che il comma 1-septies dell’articolo 16 del Dl n. 63/2013, modificato dall’articolo 8, comma 1, del Dl n. 34/2019 nella versione vigente al momento della presentazione dell’istanza, prevede che “qualora gli interventi di cui al comma 1-quater [del medesimo articolo 16] siano realizzati nei comuni ricadenti nelle zone classificate a rischio sismico 1, 2 e 3 (…) mediante demolizione e ricostruzione di interi edifici, allo scopo di ridurne il rischio sismico, anche con variazione volumetrica rispetto all’edificio preesistente, ove le norme urbanistiche vigenti consentano tale aumento, eseguiti da imprese di costruzione o ristrutturazione immobiliare che provvedano, entro diciotto mesi dalla data di conclusione dei lavori, alla successiva alienazione dell’immobile, le detrazioni dall’imposta di cui al primo e al secondo periodo del medesimo comma 1-quater spettano all’acquirente delle unità immobiliari, rispettivamente nella misura del 75 per cento e dell’85 per cento del prezzo della singola unità immobiliare, risultante nell’atto pubblico di compravendita e comunque, entro un ammontare massimo di spesa pari a 96 mila euro per ciascuna unità immobiliare (…)”.
Inoltre, il Consiglio superiore dei Lavori pubblici – Servizio tecnico centrale – con nota 4260 del 5 giugno 2020 – ha chiarito che il comma 1-septies dell’articolo 16 del Dl n. 63/2013, come modificato dall’articolo 8 del decreto “Crescita”, “tenuto conto della circostanza che l’estensione alle zone 2 e 3 è intervenuta successivamente al DM n. 58/2017, ha inteso concedere la possibilità che i benefici fiscali previsti dal sismabonus, nel caso di imprese che, ai fini della successiva alienazione, avessero realizzato, dopo il 1° gennaio 2017, delle ristrutturazioni o ricostruzioni, mediante demolizione, di immobili – con documentato miglioramento sismico di una o più classi – siano estesi agli acquirenti delle predette unità immobiliari”.

L’Agenzia, quindi, in base a quanto sopra chiarito, ritiene che, nel caso in esame, il “sismabonus” spetta agli acquirenti delle unità immobiliari situate nelle zone sismiche 2 e 3, per le quali le procedure di autorizzazione sono iniziate dopo il 1° gennaio 2017 ma prima del 1° maggio 2019, anche se l’asseverazione non è stata presentata contestualmente alla richiesta del titolo abilitativo. Tuttavia, conclude l’Agenzia, l’asseverazione deve essere presentata dall’impresa entro la data di stipula del rogito.

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L’Agenzia delle entrate, con la risposta n. 211/E del 13 luglio 2020 chiarisce che è imponibile ai fini Iva il canone versato dal Comune alla cooperativa per la realizzazione di una serie di opere e iniziative che mirano alla riqualificazione culturale e turistica della città, e fissato nell’ambito di un contratto di partenariato di “finanza di progetto”. Si tratta, infatti, di una prestazione di servizi a titolo oneroso e, quindi, sottoposta a imposta.
 
Il Comune che propone l’interpello ha sottoscritto una convenzione con una cooperativa, nell’ambito di una concessione in project financing (articolo 183, Codice degli appalti), in base alla quale viene affidata alla coop la realizzazione di un nuovo modello di gestione e valorizzazione dei beni culturali e delle politiche per il turismo della città, per l’esternalizzazione di servizi legati alla valorizzazione e alla promozione del patrimonio culturale e artistico del Comune.
In sintesi, in base all’accordo, la concessionaria deve occuparsi della riattivazione del polo museale e della promozione culturale e turistica del sito, accollandosene le spese sia relative alla ristrutturazione che al mantenimento delle strutture, riguardanti la manutenzione ordinaria e straordinaria dei locali, degli impianti e dei beni in concessione. Inoltre, sono a carico della coop le bollette di gas, acqua ed energia elettrica. Infine, precisa la convenzione, l’operatore deve realizzare tutti i servizi, i lavori e gli investimenti previsti nell’offerta tecnica con la massima diligenza possibile secondo quanto concordato con l’amministrazione locale.
Tali attività vengono svolte a fronte di uno specifico “corrispettivo”, indicato dalla convenzione, in base a cui il concessionario si tiene i proventi derivanti dalla vendita dei biglietti di ingresso al circuito museale (a prezzo concordato con il Comune), dalla gestione del bookshop, dal noleggio delle audioguide, per le visite guidate, i servizi didattici offerti alle scuole e il noleggio delle sale a privati.
In aggiunta, l’amministrazione versa alla concessionaria un canone corrisposto in quattro rate trimestrali posticipate. L’istante precisa che in relazione a detto canone, la società ha fin qui emesso fatture in regime di split payment applicando l’aliquota Iva ordinaria.
Tuttavia, il Comune dubbioso sulla correttezza di tale comportamento chiede se effettivamente il canone costituisca il corrispettivo di una prestazione di servizi secondo le previsioni dall’articolo 3 del decreto Iva e se, in tal caso, l’operazione possa beneficiare del regime di esenzione d’imposta prevista dall’articolo 10, comma 1, numero 22), dello stesso decreto.
 
L’Agenzia delle entrate, facendo riferimento al nuovo “Codice degli appalti” (Dlgs n. 50/2016) ricorda che il provvedimento prevede il contratto di “partenariato pubblico-privato” e che, in particolare, l’articolo 3, comma 1, lettera eee) definisce il “contratto di partenariato pubblico privato” come “il contratto a titolo oneroso stipulato per iscritto con il quale una o più stazioni appaltanti conferiscono a uno o più operatori economici per un periodo determinato in funzione della durata dell’ammortamento dell’investimento o delle modalità di finanziamento fissate, un complesso di attività consistenti nella realizzazione, trasformazione, manutenzione e gestione operativa di un’opera in cambio della sua disponibilità, o del suo sfruttamento economico, o della fornitura di un servizio connesso all’utilizzo dell’opera stessa, con assunzione del rischio secondo modalità individuate nel contratto, da parte dell’operatore”.
Il successivo articolo 180 detta le regole che disciplinano questo tipo di rapporto e, indica, tra le tipologie di contratto di partenariato possibili quello di “finanza di progetto” (project financing) che prevede “la concessione di costruzione e gestione, la concessione di servizi, la locazione finanziaria di opere pubbliche, il contratto di disponibilità e qualunque altra procedura di realizzazione in partenariato di opere o servizi…”. La “finanza di progetto” può svilupparsi con modalità sia pubblica che privata.
 
Detto ciò ricordiamo che il project financing (sia pubblico che privato) è il contratto che regola il rapporto tra il Comune istante nell’interpello in esame e la cooperativa affidataria della “rinascita” culturale e turistica della città.
Nella modalità privata la proposta dall’aspirante concessionario deve contenere: il progetto di fattibilità, la bozza di convenzione, il piano economico finanziario e la specificazione delle caratteristiche del servizio e della gestione.
Premesso ciò, l’Agenzia osserva che per quanto riguarda il trattamento Iva dei contributi percepiti a seguito dei suddetti contratti, la disciplina di riferimento nel tempo è stata più volte modificata e l’amministrazione finanziaria ha fornito chiarimenti in materia con puntuali documenti di prassi.
In particolare, secondo la risoluzione n. 183/2002, un contributo è sottoposto a Iva se corrisposto a seguito di un’obbligazione a dare, fare, non fare o permettere, ovvero quando la somma percepita rappresenta il compenso per il servizio effettuato o per il bene ceduto.
Viceversa, chiarisce lo stesso documento, si esce dal campo Iva (e quindi non c’è assoggettamento a imposta), quando il corrispettivo ricevuto non deriva da un obbligo a dare, fare, non fare o permettere alcunché in controprestazione. È il caso dei contributi a fondo perduto, ossia di importi versati non in contropartita di una prestazione di servizi o di una cessione di beni.
 
Ai fini dell’interpello, la risposta n. 211/2020 richiama, inoltre, la risoluzione n. 395/2002 che ha esaminato il trattamento fiscale applicabile a corrispettivi erogati proprio nell’ambito di un’operazione di project financing. La soluzione fornita in tale documento di prassi, seppur riferita a un diverso quadro normativo, per l’Agenzia delle entrate è applicabile anche all’attuale disciplina che regola i contratti pubblici e, in particolare, con riferimento al contratto di partenariato pubblico privato di cui la finanza di progetto rappresenta una tipologia di contratto qualificato per legge “a titolo oneroso”. In pratica, la risoluzione affermava che lo sfruttamento economico dell’opera da realizzare derivante da tale tipologia di contratto costituisce il “prezzo” della prestazione corrisposta dal concedente al concessionario al solo fine del perseguimento dell’equilibrio economico-finanziario.
Insomma, si tratta di un scambio a titolo oneroso e, quindi, rilevante ai fini Iva.
La situazione descritta, per l’Agenzia delle entrate, è riscontrabile anche nell’interpello in esame dove tra il Comune e la società è instaurato un rapporto contrattuale caratterizzato dal vincolo (specificato anche nella convenzione) tra l’obbligo assunto dal concessionario di svolgere una serie di attività correlate alla riqualificazione e alla valorizzazione dell’offerta museale e l’obbligo assunto dall’ente locale sia di pagare un canone che di consentire all’operatore il diritto allo sfruttamento economico del servizio attraverso l’acquisizione dei relativi proventi.
 
In definitiva, riguardo al primo quesito, l’Agenzia ritiene che il canone versato dall’ente locale al concessionario rappresenti il compenso per il complesso dei servizi integrati resi in base alla convenzione e, quindi, rilevanti ai fini Iva, rientrando tra le prestazioni imponibili previste dall’articolo 3, del Dpr n. 633/1972.
Il caso, inoltre, per quanto su chiarito, non può rientrare, come proposto dall’istante, tra le ipotesi di esenzione previste dall’articolo 10, comma 1, numero 22) dello stesso decreto per particolari tipologie di prestazioni di servizi (le prestazioni proprie delle biblioteche, discoteche e simili e quelle inerenti alla visita di musei, gallerie, pinacoteche, monumenti, ville, palazzi, parchi, giardini botanici e zoologici e simili), oggetto del secondo quesito.

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6930” e “6931” sono i codici tributo istituiti con la risoluzione n. 39/E del 13 luglio 2020 per consentire l’utilizzo in compensazione da parte dei cessionari, tramite modello F24, dei crediti d’imposta relativi ai canoni di locazione di botteghe e negozi (articolo 65 del decreto “Cura Italia”) e degli immobili ad uso non abitativo (articolo 28 del decreto “Rilancio”), ricevuti dagli stessi beneficiari dei bonus.

L’articolo 65 del Dl n. 18/2020, ricordiamo, riconosce agli esercenti attività d’impresa un credito d’imposta pari al 60% dell’ammontare del canone di locazione degli immobili rientranti nella categoria catastale C/1, relativo al mese di marzo 2020, mentre l’articolo 28 del Dl n. 34/2020 prevede un credito d’imposta commisurato all’ammontare dei canoni di locazione, leasing o concessione di immobili ad uso non abitativo o dei canoni dovuti in relazione a contratti di servizi a prestazioni complesse o di affitto d’azienda che comprendono almeno un immobile a uso non abitativo.
Con le risoluzioni n. 13/E (vedi articolo “Botteghe e negozi: pronto il codice che aiuta a pagare il canone”) e 32/E del 2020 (vedi articolo “Crediti d’imposta affitti: in arrivo il codice tributo”) sono stati istituiti, rispettivamente, i codici tributo “6914” e “6920”, per permettere ai beneficiari di utilizzare in compensazione, tramite modello F24, i crediti d’imposta.
In alternativa all’utilizzo diretto, i beneficiari dei bonus possono, fino al 31 dicembre 2021, optare per la cessione, anche parziale, degli stessi crediti ad altri soggetti, inclusi istituti di credito e altri intermediari finanziari (articolo 122, comma 2, lettere a) e b), del Dl “Rilancio”).

Il provvedimento del direttore dell’Agenzia del 1° luglio scorso (vedi articolo “Crediti d’imposta canoni locazione: modello e regole per la cessione”) ha definito le istruzioni per la cessione e le modalità di utilizzo in compensazione dei crediti da parte dei cessionari: l’F24 deve essere presentato esclusivamente tramite i servizi telematici resi disponibili dalle Entrate, pena il rifiuto dell’operazione di versamento, e se l’importo del credito utilizzato in compensazione risulta superiore all’ammontare disponibile, il relativo modello F24 è scartato. Lo scarto è comunicato al soggetto che ha trasmesso il modello F24 tramite apposita ricevuta consultabile mediante i servizi telematici dell’Agenzia delle entrate.
I cessionari possono utilizzare in compensazione i crediti d’imposta risultanti dalle comunicazioni inviate dai cedenti all’Agenzia e devono procedere all’accettazione dei crediti stessi, tramite l’apposita “Piattaforma cessione crediti” disponibile nell’area riservata del sito internet dell’Agenzia delle entrate.
Quindi, per consentire ai cessionari di utilizzare in compensazione i crediti d’imposta ricevuti, tramite modello F24, i codici tributo istituti con la risoluzione odierna sono:
– “6930” denominato “Botteghe e negozi – Utilizzo in compensazione del credito da parte del cessionario – art. 122 del D.L. n. 34 del 2020”;
– “6931” denominato “Canoni di locazione immobili non abitativi e affitto di azienda – utilizzo in compensazione del credito da parte del cessionario – art. 122 del D.L. n. 34 del 2020”.

In sede di compilazione del modello F24, i codici tributo sono esposti nella sezione “Erario”, in corrispondenza delle somme indicate nella colonna “importi a credito compensati”, ovvero, nei casi in cui il cessionario debba procedere al riversamento del credito compensato, nella colonna “importi a debito versati”. Nel campo “anno di riferimento” del modello deve essere indicato, nel formato “AAAA”, l’anno in cui è stata accettata la prima cessione del credito (2020 o 2021), riportato anche nel “Cassetto fiscale” accessibile dall’area riservata del sito internet dell’Agenzia, nell’apposita sezione che espone i crediti utilizzabili in compensazione dal cessionario.

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All’organizzatore di eventi e spettacoli di intrattenimento che, per evitare le difficoltà tecnico/organizzative di annullamento e riemissione dei titoli di accesso distribuiti sul mercato, nonché l’eventuale disagio arrecato agli spettatori per la richiesta di rimborso di biglietti per la medesima manifestazione, chiede se sia possibile mantenere valido il collocamento sul mercato dei ticket, non nominativi o nominativi, anche nel caso in cui la sede dell’evento sia poi spostata in un impianto diverso, rispettivamente con capienza superiore o inferiore a 5mila spettatori, l’Agenzia con la risposta n. 212/E del 13 luglio 2020 spiega nel dettaglio la giusta procedura da seguire.

L’istante si occupa dell’organizzazione, promozione e produzione di spettacoli e manifestazioni di intrattenimento sul territorio italiano e, tenuto conto che, in ossequio alle disposizioni della legge di bilancio 2017, dal 1° luglio 2019, i titoli di accesso alle attività di spettacolo in impianti con capienza superiore a 5mila spettatori devono essere nominativi, ossia devono recare il nome e il cognome di colui che ne fruisce, chiede quale sia il corretto comportamento da adottare rispetto ai seguenti casi tra loro speculari:
a) spettacolo e/o intrattenimento inizialmente organizzato in una venue di capienza non superiore ai 5mila spettatori – con collocamento sul mercato di titoli di accesso non nominativi – successivamente spostato in una venue con capienza superiore ai 5mila spettatori (per cui sussiste l’obbligo di emissione di biglietti nominativi)
b) spettacolo e/o intrattenimento dapprima organizzato in una venue di capienza superiore ai 5mila spettatori – con titoli di accesso nominativi – in seguito, spostato in una venue con capienza inferiore a tale soglia (per cui è consentita l’emissione di biglietti non nominativi).

L’Agenzia, in relazione alla certificazione dei corrispettivi con titolo di accesso emesso mediante apparecchi misuratori fiscali o biglietterie automatizzate, richiama, appunto, il Bilancio 2017, che ha introdotto disposizioni volte a contrastare il fenomeno del secondary ticketing, ossia la vendita di titoli di accesso per le attività di spettacolo effettuata da soggetti diversi dai titolari dei sistemi di emissione dei titoli stessi e ha stabilito l’obbligo di nominatività dei ticket ad attività di spettacolo in impianti con capienza superiore a 5mila spettatori, con esclusione per gli ingressi agli spettacoli viaggianti, all’attività lirica, sinfonica, cameristica, prosa, jazz, balletto, danza e circo contemporaneo nonché per le manifestazioni sportive.

Con il provvedimento del direttore dell’Agenzia delle entrate del 27 giugno 2019 (vedi articolo “Secondary ticketing: le regole per tutelare l’acquisto online”) sono state stabilite le modalità tecniche per la vendita o il collocamento di titoli di accesso ad attività spettacolistiche o di intrattenimento, nonché le regole attraverso cui i siti internet di rivendita primari, i box office autorizzati o i siti internet ufficiali dell’evento assicurano la rimessa in vendita di titoli d’ingresso nominativi o il cambio di nominativo per gli intrattenimenti e le attività spettacolistiche.
In particolare, la rimessa in vendita o il cambio nominativo sono consentiti al relativo intestatario e all’acquirente, solo se preventivamente registrato, che siano in possesso del titolo di accesso recante il nominativo dell’intestatario e il relativo sigillo fiscale.

Al riguardo, mentre la procedura di cambio utilizzatore prevede l’annullamento del titolo emesso, con indicazione della causale, e l’emissione di un nuovo titolo nominativo alle stesse condizioni di quello originario annullato, la rimessa in vendita si concretizza, invece, nell’offerta al pubblico del titolo di cui l’acquirente o l’utilizzatore intendano disfarsi, esponendo le medesime informazioni del titolo visibili per la vendita primaria. L’offerta deve avvenire sulla piattaforma del distributore principale e, se si tratta di distribuzione online, nella stessa area ove è possibile acquistare i biglietti ancora disponibili.
In caso di rivendita del posto, il titolo originario viene annullato con l’indicazione della causale e, contestualmente, è emesso un nuovo titolo destinato al nuovo acquirente.

Con riferimento al dubbio dell’interpellante, nel caso di vendita di biglietti non nominativi – per manifestazioni successivamente spostate in impianti con capienza superiore ai 5mila spettatori – l’istante è tenuto a comunicare agli acquirenti l’effettivo cambio del luogo di svolgimento dell’evento, affinché questi provvedano a richiedere l’annullamento del titolo emesso, con l’indicazione della causale, e l’emissione di un nuovo titolo nominativo alle stesse condizioni di quello originario annullato. Diversamente, nel caso in cui siano stati emessi biglietti nominativi per eventi successivamente spostati in impianti con capienza inferiore a 5mila posti, i biglietti possono essere considerati validi senza necessità di annullamento e successiva emissione di ticket non nominativi.

Infine, l’Agenzia ricorda che, con Dpcm 17 maggio 2020, articolo 1, lettera m), vista l’emergenza epidemiologica Covid-19, è stato disposto che “gli spettacoli aperti al pubblico in sale teatrali, sale da concerto, sale cinematografiche e in altri spazi anche all’aperto restano sospesi fino al 14 giugno 2020. Dal 15 giugno2020, detti spettacoli sono svolti con posti a sedere preassegnati e distanziati e a condizione che sia comunque assicurato il rispetto della distanza interpersonale di almeno un metro sia per il personale, sia per gli spettatori, con il numero massimo di1000 spettatori per spettacoli all’aperto e di 200 persone per spettacoli in luoghi chiusi, per ogni singola sala“.
 

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Il corrispettivo che deriva dalla cessione di un contratto di leasing relativo a un immobile utilizzato per l’esercizio dell’attività professionale si configura come cessione di elementi immateriali, sottoposta a tassazione ai sensi del comma 1-quater dell’articolo 54 del Tuir. Questa, in sintesi, la risposta n. 209/E del 13 luglio 2020 dell’Agenzia delle entrate.

A interpellare l’amministrazione finanziaria è un libero professionista che ha stipulato un contratto di leasing immobiliare finalizzato all’acquisto dell’immobile ove esercita la sua attività professionale. Dal 1° gennaio 2020 intende costituire un’associazione professionale ed esercitare l’attività esclusivamente in forma associata, anziché individuale, e per questo chiuderà la partita Iva e cederà il contratto di leasing immobiliare relativo allo studio in cui svolge attualmente la propria attività a una società immobiliare di nuova costituzione, che a sua volta concederà in locazione l’immobile alla medesima associazione per l’esercizio dell’attività professionale.
Descritte le intenzioni, l’istante chiede se la cessione del contratto dia origine a materia imponibile da assoggettare a tassazione, sostenendo che la normativa non prevede alcun riferimento specifico.

L’Agenzia, nel chiarire il dubbio, richiama in dettaglio il Tuir, riferendosi, innanzitutto, all’articolo 53, comma 1, in base al quale “sono redditi di lavoro autonomo quelli che derivano dall’esercizio di arti e professioni. Per esercizio di arti e professioni si intende l’esercizio per professione abituale, ancorché non esclusiva, di attività di lavoro autonomo diverse da quelle considerate nel capo VI, compreso l’esercizio in forma associata di cui alla lettera c) del comma 3 dell’articolo 5“, e all’articolo 54, comma 1 che stabilisce che il reddito di lavoro autonomo è costituito dalla differenza tra l’ammontare dei compensi in denaro o in natura percepiti nel periodo d’imposta, anche sotto forma di partecipazione agli utili, e quello delle spese relative all’esercizio dell’arte o professione effettivamente sostenute nel periodo stesso. Il successivo comma 1-quater dell’articolo 54 prevede che concorrono “a formare il reddito i corrispettivi percepiti a seguito di cessione della clientela o di elementi immateriali comunque riferibili all’attività artistica o professionale“.
Come chiarito dalla relazione illustrativa del Dl n. 223/2006 che ha introdotto tale disposizione, la norma prevede “la tassazione della fattispecie di cessione della clientela e di altri elementi immateriali comunque riferibili all’attività artistica o professionale. Trattasi di un’ipotesi che sempre più frequentemente si realizza, mediante la quale possono essere ceduti valori immateriali che, sebbene di difficile inquadramento in figure giuridiche tradizionali, nei fatti sono ben individuati. Si tratta, ad esempio, della cessione del marchio, dell’assunzione di obbligo di non effettuare attività in concorrenza nella medesima zona, eccetera“.
Con riferimento agli “elementi immateriali comunque riferibili all’attività artistica o professionale”, spiega l’Agenzia, la norma ha voluto ricomprendere qualsiasi elemento “intangibile” la cui cessione da parte del professionista determina la percezione di un corrispettivo nell’ambito della normale attività professionale, ampliando l’ammontare dei compensi percepiti nell’ambito dell’attività di lavoro autonomo.
Di conseguenza, possono essere ricompresi anche i corrispettivi percepiti a seguito della cessione di contratti di leasing, aventi ad oggetto beni strumentali, per l’esercizio dell’attività di lavoro autonomo, in quanto l’importo percepito a fronte del contratto rappresenta il corrispettivo dovuto dal cessionario per subentrare nei diritti e negli obblighi, quali elementi immateriali, derivanti dal contratto esistente.

Fatto il quadro normativo, l’Agenzia trae le somme, ritenendo che il corrispettivo che deriva dalla cessione di un contratto di leasing relativo a un immobile utilizzato per l’esercizio dell’attività professionale si configura come cessione di “elementi immateriali”, da sottoporre a tassazione ai sensi del comma 1-quater dell’articolo 54 del Tuir. Tanto più che nello stesso Tuir all’articolo 17, comma 1, lettera g-ter), si legge che “i corrispettivi di cui all’articolo 54, comma1-quater, se percepiti in unica soluzione“, possono essere assoggettati a tassazione separata (cfr circolare n. 28/2006).

Pertanto, nel caso descritto nell’interpello, la cessione del contratto rappresenta un’operazione imponibile da assoggettare a tassazione.

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Con provvedimento del 10 luglio 2020, firmato dal direttore dell’Agenzia delle entrate Ernesto Maria Ruffini, sono definite le istruzioni e le modalità di applicazione e di fruizione dei crediti d’imposta per l’adeguamento degli ambienti di lavoro e per la sanificazione e l’acquisto dei dispositivi di protezione (articoli 120 e 125 del decreto “Rilancio”) e le procedure attraverso le quali i beneficiari degli sconti comunicano all’Agenzia delle entrate, in luogo dell’utilizzo diretto del credito d’imposta, l’opzione per la cessione dei crediti stessi, anche parziale, ad altri soggetti, inclusi istituti di credito e altri intermediari finanziari (articolo 122). Con lo stesso provvedimento, inoltre, è approvato il modello per comunicare le spese ammissibili al credito di imposta che dovrà essere inviato esclusivamente con l’apposito servizio web presente nell’area riservata del sito internet o tramite i canali telematici dell’Agenzia. Una volta presentato, riceverà risposta entro cinque giorni da parte delle Entrate.

In pratica, anche sulla base delle interlocuzioni con il dipartimento della Ragioneria generale dello Stato, il provvedimento odierno definisce la procedura in base alla quale:

  • i beneficiari comunicano all’Agenzia, con modalità esclusivamente telematiche, l’ammontare delle spese ammissibili sostenute (o che prevedono di sostenere) nell’anno 2020
  • a seconda delle comunicazioni ricevute, l’Agenzia determina l’importo del credito d’imposta fruibile da ciascun soggetto, per garantire che l’utilizzo in compensazione tramite modello F24 nel corso del 2021, anche da parte di eventuali cessionari, avvenga nei limiti di tale importo e per conoscere progressivamente l’ammontare complessivo dei crediti d’imposta fruibili.

Ricordiamo che l’articolo 120 riconosce agli esercenti attività d’impresa, arte o professione in luoghi aperti al pubblico (che svolgono una delle attività comprese nell’elenco), nonché alle associazioni, fondazioni e agli altri enti privati, compresi quelli del Terzo settore, un credito d’imposta in misura pari al 60% delle spese sostenute nel 2020, in relazione a un massimo di 80mila euro, per l’adeguamento degli ambienti di lavoro effettuati attraverso interventi necessari per far rispettare le prescrizioni sanitarie e le misure di contenimento contro la diffusione del virus Covid-19. L’articolo 125 del Dl “Rilancio” riconosce un credito d’imposta in misura pari al 60% delle spese sostenute nel 2020 per la sanificazione degli ambienti e degli strumenti utilizzati, nonché per l’acquisto di dispositivi di protezione individuale e di altri dispositivi atti a garantire la salute dei lavoratori e degli utenti. Il credito d’imposta spetta fino a un massimo di 60mila euro per ciascun beneficiario, nel limite complessivo di 200 milioni di euro per l’anno 2020.    
I crediti d’imposta sono utilizzabili esclusivamente in compensazione tramite F24, nell’anno 2021. Il modello deve essere presentato esclusivamente tramite i servizi telematici resi disponibili dall’Agenzia delle entrate, pena il rifiuto dell’operazione di versamento, e nel caso in cui l’importo del credito utilizzato in compensazione risulti superiore all’ammontare massimo il relativo modello F24 è scartato. Con successiva risoluzione verrà istituito un apposito tributo e impartite le istruzioni per la compilazione dell’F24.
Infine, l’articolo 122 del decreto “Rilancio” prevede che, fino al 31 dicembre 2021, i beneficiari dei sopra descritti crediti d’imposta possono, in luogo dell’utilizzo diretto, optare per la cessione, anche parziale, degli stessi crediti ad altri soggetti, inclusi istituti di credito e altri intermediari finanziari.

Cosa e come comunicare: pronto il modello
Coloro che sono in possesso dei requisiti per accedere ai crediti d’imposta comunicano all’Agenzia delle entrate l’ammontare delle spese ammissibili sostenute fino al mese precedente alla data di sottoscrizione della comunicazione e l’importo che prevedono di sostenere successivamente, fino al 31 dicembre 2020.
Con il provvedimento di oggi viene approvato il modello “Comunicazione delle spese per l’adeguamento degli ambienti di lavoro e/o per la sanificazione e l’acquisto dei dispositivi di protezione” e le relative istruzioni, con cui è possibile indicare le spese relative a entrambi i crediti d’imposta oppure a uno solo di essi.
Il modello va inviato esclusivamente con modalità telematiche, direttamente dal contribuente o tramite un intermediario, mediante il servizio web disponibile nell’area riservata del sito internet dell’Agenzia o i canali telematici delle Entrate.
A seguito della comunicazione viene rilasciata, al massimo entro 5 giorni, una ricevuta, messa a disposizione di chi ha trasmesso il modello nell’area riservata del sito dell’Agenzia, che ne attesta la presa in carico, o lo scarto, con l’indicazione delle relative motivazioni.

Le istruzioni per il credito d’imposta per l’adeguamento degli ambienti di lavoro…
La comunicazione delle spese ammissibili può essere effettuata dal 20 luglio 2020 al 30 novembre 2021. Nel caso in cui sia inviata dopo il 31 dicembre 2020, sono indicate esclusivamente le spese ammissibili sostenute nel 2020. Nello stesso range temporale è possibile inviare una nuova comunicazione, che sostituisce integralmente quella precedente, e in tal caso l’ultima comunicazione validamente trasmessa sostituisce tutte quelle precedentemente inviate. Inoltre, spiega il documento, se l’ultima comunicazione contiene le spese relative a entrambi i crediti d’imposta e quella successiva si riferisce solo a uno dei due crediti d’imposta, per l’altro credito d’imposta resta valida l’ultima comunicazione inviata. È anche possibile presentare la rinuncia integrale al credito d’imposta precedentemente comunicato.
Gli esercenti attività d’impresa, arti e professioni indicano, nell’apposito campo del modello, il tipo di attività economica svolta, rappresentato da uno dei codici Ateco riportati nell’elenco. Nel caso in cui il codice indicato non risulti associato al soggetto beneficiario, in base a quanto comunicato all’Agenzia con i modelli AA7/AA9, la comunicazione è scartata.
Il credito d’imposta, fino all’ammontare massimo fruibile, può essere utilizzato esclusivamente in compensazione, in relazione alle spese effettivamente sostenute nel 2020, dal giorno lavorativo successivo alla corretta ricezione della relativa comunicazione e in ogni caso a decorrere dal 1° gennaio 2021 e non oltre il 31 dicembre 2021. In tal modo, la scadenza di presentazione della comunicazione è resa coerente con il termine ordinario di presentazione della dichiarazione dei redditi, in cui dovrà essere indicato il credito fruibile e i beneficiari avranno a disposizione un lasso di tempo molto ampio per effettuare la comunicazione propedeutica all’utilizzo del credito. Resta fermo che il termine per fruire dello sconto è il 31 dicembre 2021.

…, per il credito d’imposta per la sanificazione e l’acquisto dei dispositivi di protezione…
La comunicazione delle spese può essere effettuata dal 20 luglio al 7 settembre 2020. Nello stesso periodo è possibile inviare una nuova comunicazione, che sostituisce integralmente quella precedente trasmessa e l’ultima comunicazione validamente trasmessa sostituisce tutte quelle precedentemente inviate (se l’ultima comunicazione inviata contiene le spese relative a entrambi i crediti d’imposta e quella successiva si riferisce solo a uno dei due crediti d’imposta, per l’altro credito d’imposta resta valida l’ultima comunicazione). Inoltre, è possibile  presentare la rinuncia integrale al credito d’imposta precedentemente comunicato,
L’Agenzia, ricevute le comunicazioni delle spese ammissibili con l’indicazione del credito teorico, determinerà la quota percentuale dei crediti effettivamente fruibili, in rapporto alle risorse disponibili. Per garantire il rispetto del limite di spesa (articolo 125), il credito d’imposta richiesto andrà moltiplicato con la percentuale resa nota con un provvedimento del direttore dell’Agenzia delle entrate, che sarà emanato entro l’11 settembre 2020. Nel caso in cui l’ammontare complessivo dei crediti d’imposta richiesti risulti inferiore al limite di spesa, la percentuale sarà pari al 100 per cento.

…e la cessione
Come anticipato, fino al 31 dicembre 2021 gli aventi diritto al credito d’imposta possono optare per la cessione, anche parziale, del credito stesso ad altri soggetti, compresi istituti di credito e altri intermediari finanziari.
Nel caso del credito d’imposta per l’adeguamento degli ambienti di lavoro, la comunicazione della cessione del credito deve essere effettuata dal soggetto che cede il credito esclusivamente con le funzionalità rese disponibili nell’area riservata del sito dell’Agenzia delle entrate a partire dal 1° ottobre 2020 o comunque, per le comunicazioni inviate dopo il 30 settembre 2020, dal giorno lavorativo successivo alla corretta ricezione della comunicazione.
Nel caso del credito d’imposta per la sanificazione e l’acquisto dei dispositivi di protezione, la comunicazione della cessione del credito può avvenire a decorrere dal giorno lavorativo successivo alla pubblicazione del provvedimento, con il quale l’Agenzia delle entrate comunicherà i coefficienti necessari a rispettare il limite di spesa disposto dal Dl “Rilancio”.
La quota del credito d’imposta ceduto che non è utilizzata dal cessionario non può essere utilizzata negli anni successivi, né richiesta a rimborso, oppure ulteriormente ceduta.
In alternativa all’utilizzo diretto, i cessionari possono ulteriormente cedere i crediti d’imposta ad altri soggetti. La comunicazione dell’ulteriore cessione del credito avviene esclusivamente da parte del cedente con le funzionalità rese disponibili nell’area riservata del sito internet dell’Agenzia delle entrate. Il successivo cessionario utilizza il credito d’imposta secondo gli stessi termini, modalità e condizioni applicabili al cedente, dopo l’accettazione della cessione da comunicare esclusivamente a cura dello stesso cessionario con le medesime funzionalità del cedente.

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Sono agevolabili tutte le spese per l’adeguamento degli ambienti di lavoro e per la sanificazione e le prescrizioni sanitarie, sostenute dal 1° gennaio al 31 dicembre 2020. L’Agenzia delle entrate, con la circolare n. 20 del 10 luglio 2020, fornisce i primi chiarimenti di carattere interpretativo e di indirizzo operativo agli uffici sui crediti d’imposta introdotti dal Dl “Rilancio”, ripercorrendo l’ambito soggettivo, oggettivo, le modalità e termini di utilizzo.
Credito di imposta per l’adeguamento degli ambienti di lavoro (articolo 120, Dl n. 34/2020)
Spetta per le spese sostenute per gli interventi necessari al rispetto delle prescrizioni sanitarie e delle misure di contenimento contro la diffusione del virus, per consentire la riapertura in totale sicurezza di locali come bar, ristoranti, alberghi, teatri e cinema. I destinatari del bonus sono tutti i titolari di attività aperte al pubblico, precisamente “soggetti esercenti attività d’impresa, arte o professione in luoghi aperti al pubblico indicati nell’allegato 1, alle associazioni, alle fondazioni e agli altri enti privati, compresi gli enti del Terzo settore”, come indica la norma.
La circolare chiarisce che fra i beneficiari sono inclusi i soggetti in regime di vantaggio, in regime forfetario gli imprenditori e le imprese agricole, che svolgono una delle attività elencate nella tabella della circolare in esame.
Ampio spazio agli “interventi agevolabili”, si va da quelli edilizi per il rifacimento di spogliatoi e mense, per la realizzazione di spazi medici, di ingressi e spazi comuni all’acquisto di arredi di sicurezza.
Numerosa anche la lista degli “investimenti agevolabili”: dallo sviluppo o l’acquisto di strumenti e tecnologie necessarie allo svolgimento dell’attività lavorativa come le apparecchiature per il controllo della temperatura o che permettono comunque di garantire la sicurezza sul lavoro, ai programmi software, i sistemi di videoconferenza, quelli per la sicurezza della connessione, nonché agli investimenti necessari per consentire lo smart working.
Il credito di imposta per l’adeguamento degli ambienti di lavoro corrisponde al 60% delle spese ammissibili sostenute nel 2020, per un massimo di 80mila euro.
La circolare n. 20/E, considerando che la norma fa riferimento alle spese sostenute nel 2020, chiarisce che l’agevolazione spetta anche nel caso in cui il sostenimento sia avvenuto, nel corso dell’anno, prima del 19 maggio 2020, data di entrata in vigore del Dl “Rilancio” che ha introdotto il beneficio. A titolo d’esempio, per gli esercenti arti e professioni e per gli enti non commerciali (nonché per le imprese individuali e le società di persone in regime di contabilità semplificata) si dovrà far riferimento al criterio di cassa e, quindi, alla data dell’effettivo pagamento, indipendentemente dalla data di avvio dei lavori. Quindi, un intervento ammissibile iniziato a giugno 2020, con versamenti effettuati sia nel 2020 che nel 2021, consentirà la fruizione del credito d’imposta solo con riferimento ai pagamenti del 2020.
La circolare precisa che l’elenco dei destinatari e degli interventi agevolabili potrebbe essere ampliato con  ulteriori decreti interministeriali.
Credito di imposta per la sanificazione (articolo 125, Dl n. 34/2020)
Si tratta del credito di imposta riconosciuto nella misura del 60% delle spese per la sanificazione degli ambienti e degli strumenti utilizzati e per l’acquisto di dispositivi di protezione individuale e di altri dispositivi finalizzati a garantire la salute dei lavoratori e degli utenti. Rispetto alla precedente formulazione prevista nel Dl n. 18/2020, il Dl “Rilancio” ha ampliato la platea dei beneficiari, includendo gli enti non commerciali, gli enti del Terzo settore e gli enti religiosi civilmente riconosciuti, ha esteso le spese agevolabili ai dispositivi come termometri, termoscanner, tappeti e vaschette decontaminanti e igienizzanti, inclusa l’eventuale installazione, infine aumenta la misura del credito d’imposta che passa dal 50% cento al 60% e il limite massimo fruibile da 20mila a 60mila euro.
Inoltre, l’attuale formulazione del bonus sanificazione non prevede alcuna distinzione in ordine al regime fiscale adottato dai soggetti beneficiari, includendo, al pari del bonus per l’adeguamento dell’ambiente di lavoro, soggetti in regime di vantaggio, in regime forfetario, gli imprenditori e le imprese agricole, sia quelle che determinano per regime naturale il reddito su base catastale, sia quelle che producono reddito d’impresa.
La circolare chiarisce che sono agevolabili tutte le spese rientranti nell’elenco di cui al comma 2 dell’articolo 125 del Dl Rilancio, sostenute dal 1° gennaio al 31 dicembre 2020.
Il bonus riguarda sia l’attività di sanificazione dei locali che l’acquisto di dispositivi.
Per la fruizione del credito d’imposta l’attività di sanificazione deve essere certificata da professionisti. Tuttavia, in presenza di specifiche competenze già riconosciute, è ammessa l’attività di sanificazione svolta anche tramite propri dipendenti o collaboratori (si pensi ad esempio a una sala d’attesa). In tal caso non potendo esibire un certificato vero e proprio basterà che la spesa agevolabile sia documentabile da fogli interni all’azienda che provino le ore dedicate a tale attività. In questo caso, l’ammontare della spesa agevolabile, non potendo essere dimostrata da un documento atto a certificare la stessa,  può essere determinata, ad esempio, moltiplicando  il costo orario del lavoro del soggetto impegnato a tale attività per le ore effettivamente impiegate nella medesima (documentata mediante fogli di lavoro interni all’azienda).
 
Oltre che per la sanificazione dell’ambiente il credito è fruibile anche per l’acquisto dei dispositivi individuali agevolati sono rappresentati da mascherine chirurgiche, Ffp2 e Ffp3, guanti, visiere di protezione, occhiali protettivi, tute di protezione, calzari. Per questo tipo di spese i beneficiari dovranno conservare la documentazione attestante la conformità dei beni alla normativa europea.
 
Modalità e termini di utilizzo dei due bonus
Il crediti d’imposta dovranno essere utilizzati esclusivamente in compensazione, tramite F24. In alternativa, entro il 31 dicembre 2021, possono essere ceduti anche parzialmente ad altri soggetti, inclusi intermediari e istituti di credito, con facoltà di successiva cessione del credito. La circolare precisa che sia l’utilizzo in compensazione tramite modello F24, sia la cessione a terzi possono avvenire solo successivamente al sostenimento delle spese agevolabili.
Al fine di consentire l’utilizzo in compensazione dei bonus, tramite modello F24 da presentare esclusivamente attraverso i servizi telematici messi a disposizione dall’Agenzia, con successiva risoluzione saranno istituiti gli appositi codici tributo e saranno impartite le istruzioni per la compilazione del modello F24.
 

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