All for Joomla All for Webmasters
Your address will show here +01 (414) 230 - 5550

La circolare dell’Agenzia delle entrate n. 17 del 22 giugno 2020 (vedi articolo “Obbligo di invito al contraddittorio, chiarimenti e istruzioni operative”), emanata a chiarimento dell’articolo 4-octies del decreto legge n. 34/2019, che ha introdotto l’articolo 5-ter del Dlgs n. 218/1997, conferma l’esclusione dell’invito obbligatorio in caso di accertamenti parziali basati su elementi certi e diretti; su tale limitazione dell’ambito applicativo dell’istituto (tra le altre previste dal legislatore) per gli atti emessi a partire dal 1° luglio 2020, molti commentatori segnalano un presunto favor fisci, in contrasto con la tesi che postula l’esistenza del principio che qualifica come generale l’obbligo di confronto preventivo.

In tal senso, il documento di prassi, soffermandosi in particolare sul comma 2 della disposizione normativa, osserva che l’esclusione dell’invito obbligatorio nei casi di accertamento parziale (ex articolo 41-bis del Dpr n. 600/73) e nei casi di avvisi di rettifica parziale (ex articolo 54, commi 3 e 4 del Dpr n. 633/72), è retta sulla presenza di elementi “certi e diretti” e non, diversamente, su ricostruzioni induttive, che, al pari dell’utilizzo di presunzioni, determinano l’obbligo di instaurazione del contraddittorio. Si tratta, quindi, di accogliere la previsione legislativa del diritto del contribuente di essere ascoltato prima di subire un atto autoritativo come un diritto relativo, che, tuttavia, non può argomentarsi rispetto alla sola tipologia di accertamento.


Su questo aspetto, la lettura della circolare suscita particolare interesse se posta in relazione all’ipotesi risalente di una originale dottrina (vedi articolo “Algoritmo per creare o applicare il diritto? Rischi di una giustizia robotizzata”) circa l’esistenza di un diritto al contraddittorio preventivo ex se determinato dal tipo delle disposizioni giuridiche coinvolte dalla vicenda.
La tesi dell’ufficio sembra infatti giungere a conclusioni perfettamente in linea all’ipotesi che, secondo logica condizionale, fa discendere l’obbligo del contraddittorio alla natura del fatto controverso in ciascun caso di specie, come se in ogni disposizione giuridica esistesse una “norma d’uso”, che regolando anche il regime della partecipazione o del contraddittorio, condiziona, conseguentemente, anche la validità/efficacia dell’atto.

Entrando nel merito, l’Agenzia delle entrate precisa che mentre ai fini dell’Iva è la stessa disposizione a escludere l’invito obbligatorio fuori dalle ipotesi di ricostruzioni induttive o con utilizzo delle presunzioni, ai fini delle imposte dirette una simile conclusione discenderebbe dalla ratio della norma, finalizzata alla determinazione della pretesa tributaria in modo puntuale tramite il confronto con il contribuente; ipotesi, quest’ultima, che escluderebbe, ad esempio, gli avvisi di accertamento parziale “automatizzati”, se e in quanto basati su elementi “certi e diretti”.

Alla luce di tali argomentazioni, la logica ermeneutica adottata dall’Agenzia appare pertanto corretta, almeno negli esiti. In effetti, se fisco e contribuente si trovano di fronte a questioni definite “idealmente non controvertibili” o “in pratica non controvertibili”, id est, se è accertata la presenza di elementi certi e diretti, tanto ai fini dell’Iva che delle imposte dirette, secondo la circolare in commento, e conformemente anche alla logica condizionale del “diritto matematico”, non sussiste alcun obbligo di contraddittorio preventivo. Ciò lascia ritenere che negli altri casi, ossia in quelli definibili come “controvertibili entro certi limiti” o “controvertibili all’infinito”, esiste invece un obbligo di contraddittorio preventivo, che, nella prima ipotesi, è di tipo “accertativo” e nella seconda è di tipo “compositivo”. Si pensi, ad esempio, all’utilizzo di presunzioni ovvero di tecniche induttive di ricostruzione del reddito.
Ne deriva un’attività amministrativa logicamente valutabile e controllabile, anche giudizialmente, sia con riguardo all’obbligo (o meno) di attivazione del confronto preventivo sia con riguardo alla cosiddetta “prova di resistenza”, di matrice giurisprudenziale e ora positivamente individuata nel comma 5 dell’articolo 5-ter del Dlgs n. 218/97, che il contribuente è onerato di fornire al fine di provare che l’interlocuzione preventiva avrebbe condotto a risultati diversi.
In effetti, in presenza di variabili indipendenti “idealmente non controvertibili” o “in pratica non controvertibili”, l’omessa attivazione del contraddittorio rende l’atto valido ed efficace così come, all’opposto, la prova di resistenza sarà valida ed efficace solo rispetto a questioni “controvertibili entro certi limiti” o “controvertibili all’infinito”, vale a dire questioni che necessitano di una tipologia di contraddittorio “cognitivo-deliberativo” nel primo caso e “deliberativo” nel secondo caso.
Concludendo, se dunque l’obbligo in discorso consegue dal tipo del “thema” controverso”, l’articolo 5-ter del Dlgs n. 218/97, come letto dall’Agenzia delle entrate, altro non sembra che la codificazione nel diritto positivo di un principio già derivabile dal “diritto matematico”; l’algoritmo definisce la relatività del diritto del contribuente all’instaurazione del contraddittorio preventivo, rendendola verificabile rispetto a chiari nessi logici dipendenti dal fatto controverso, compendiando quindi tesi sostanzialistiche con tesi legate al vincolismo prettamente formale. La ragionevolezza amministrativa in merito all’esemplificazione dei casi di esclusione da un lato, e l’inutilità di una disposizione normativa sul contraddittorio preventivo dall’altro, essendo quest’ultimo già conseguenza del diritto esistente, è quanto emerge dai chiarimenti ministeriali alle novità normative.

0

L’articolo 3, comma 4-ter del testo unico sulle imposte di successione e donazione, Dlgs n. 346/1990, disciplina un’agevolazione fiscale finalizzata ad agevolare il passaggio generazionale delle aziende.
In particolare, con tale disposizione, il legislatore ha previsto che, in presenza di determinate condizioni, i trasferimenti di aziende, rami di aziende, quote e azioni sociali, a favore dei discendenti e del coniuge non sono soggetti all’imposta sulle successioni e donazioni.
I requisiti che devono sussistere ai fini dell’agevolazione variano in base all’oggetto del trasferimento gratuito.
In particolare:

  1. qualora siano cedute quote o azioni di società di capitali è necessario che:
    • per effetto del trasferimento l’acquirente acquisisca o integri il controllo della società secondo quanto previsto dall’articolo 2359, primo comma, numero 1) del codice civile
    • l’acquirente conservi il controllo della società per almeno 5 anni
  2. qualora siano cedute quote di società di persone è necessario che:
    • l’acquirente prosegua l’esercizio dell’attività per almeno 5 anni (risoluzioni n. 446/2008 e n. 110/2009). Relativamente alle quote di società di persone non è necessario che sussista il requisito relativo al controllo della società
  3. qualora sia ceduta un’azienda o un ramo di azienda è necessario che:
    • l’acquirente prosegua l’esercizio dell’attività per almeno 5 anni.

È, inoltre, necessario che il beneficiario dell’acquisto a titolo gratuito, contestualmente alla presentazione della dichiarazione di successione o all’atto di donazione, renda apposita dichiarazione in merito, a seconda dei casi, alla prosecuzione dell’attività o al mantenimento del controllo per il periodo di tempo sopra indicato.

Il beneficio, consistente nella non applicazione dell’imposta sulle successioni e donazioni, si applica a prescindere dal valore dell’oggetto del trasferimento. Pertanto, l’imposta non si applica neanche nel caso in cui i beni trasferiti abbiano un valore superiore a quello delle franchigie previste dal legislatore in base al rapporto di coniugio o parentela sussistente tra le parti.

Nel caso in cui l’azienda oggetto del trasferimento sia comprensiva di beni immobili, non saranno dovute neanche le imposte ipotecaria e catastale, secondo quanto stabilito dagli articoli 1 (ipotecaria) e 10 (catastale) del relativo testo unico, Dlgs n. 347/1990.

Come già anticipato, l’agevolazione in esame, ha soprattutto lo scopo di dare la possibilità all’imprenditore e al titolare di una partecipazione societaria di pianificare in anticipo la propria successione, in modo da individuare il soggetto, coniuge o discendente, che proseguirà lo svolgimento dell’attività.
Ciò soprattutto al fine di evitare che un’azienda o una partecipazione societaria, venga frammentata tra gli eredi dopo la morte dell’imprenditore.
Come precisato dalla circolare n. 3/2008, sussistendo le condizioni richieste dal legislatore, il beneficio sopra descritto è applicabile ai trasferimenti a titolo gratuito, che avvengono per effetto di:

  • disposizioni mortis causa
  • donazioni
  • atti a titolo gratuito
  • costituzione di vincoli di destinazione
  • patti di famiglia di cui agli articoli 769bis e seguenti del codice civile.

Relativamente all’aspetto soggettivo, la norma fa riferimento ai trasferimenti effettuati nei soli confronti dei discendenti e del coniuge.
Al riguardo, la Corte di cassazione, con la sentenza n. 31333 del 29 novembre 2019, ha stabilito che non può essere agevolato il trasferimento effettuato nei confronti del proprio nipote (figlio del fratello).
Ciò in quanto l’espressione “discendenti” deve essere intesa con riferimenti ai soli discendenti in linea retta.

Tipologie di atti agevolabili
In caso di trasferimento di quote o azioni di società di capitali (ad esempio. società per azioni, società a responsabilità limitata, società in accomandita per azioni), come già detto, è necessario che, ai fini dell’applicazione dell’agevolazione, per effetto del trasferimento gratuito, il beneficiario acquisisca o integri il controllo ai sensi dell’articolo 2359, primo comma, n. 1) del codice civile.
Questa norma fa riferimento al cosiddetto “controllo diretto”, che sussiste quando un contribuente dispone della maggioranza dei voti esercitabili nell’assemblea ordinaria. Di regola tale circostanza ricorre quando lo stesso soggetto è titolare di oltre il 50% delle quote o azioni con diritto di voto nell’assemblea ordinaria. 

Può capitare che il titolare di una partecipazione di controllo in una società di capitali trasferisca la sua partecipazione a favore di più beneficiari.
Si pensi, ad esempio, al genitore che detiene una partecipazione in una srl, pari al 90% del capitale, e intende trasferirla ai suoi tre figli.
In tale ipotesi, ai fini dell’applicabilità dell’agevolazione occorre distinguere due casi:

  • se la partecipazione di controllo è trasferita, in comunione ai tre figli, il requisito del controllo è soddisfatto. I beneficiari del trasferimento eserciteranno il diritto di voto attraverso un rappresentante comune (articoli 2347 e 2468 cc). In relazione a questa casistica, l’amministrazione finanziaria, con le risposte n. 257/2019, n. 37/2020 e n. 38/2020 ha affermato che l’eventuale divisione della partecipazione societaria, effettuata prima di 5 anni dal trasferimento, fa venire meno il requisito del controllo e, di conseguenza, determina la decadenza dall’agevolazione
  • se, invece, la partecipazione di controllo è trasferita ai tre figli in modo che ciascuno di questi riceva, in proprietà esclusiva, una partecipazione pari al 30% del capitale della società, il requisito inerente al controllo non è soddisfatto.

Sempre in relazione alle società di capitali, ai fini della spettanza dell’agevolazione, non è necessario che il trasferimento abbia a oggetto una partecipazione di controllo. E’, infatti, sufficiente, che il beneficiario ottenga il controllo societario anche attraverso la somma della partecipazione da lui ricevuta a titolo gratuito e della partecipazione da lui già posseduta. Si veda in tal senso la risoluzione n. 75/2010.

L’amministrazione finanziaria, in particolare, con la risposta n. 257/2019, ha affermato che il requisito relativo al controllo della società, è soddisfatto anche nel caso in cui un beneficiario riceva, contestualmente, più partecipazioni sociali, nella stessa società, da parte di diversi danti causa. Ai fini del controllo è, quindi, possibile sommare i voti relativi alle partecipazioni che il beneficiario ha ricevuto da diversi danti causa.
Con la citata risoluzione n. 75/2010 è stato, inoltre, chiarito che rilevano, ai fini della verifica del requisito del controllo, anche i voti esercitabili mediante società controllate.

Può accadere che, relativamente a una partecipazione in una società di capitali, sia trasferita soltanto la nuda proprietà oppure soltanto il diritto di usufrutto.
In relazione a tale ipotesi, occorre considerare che, in base all’articolo 2352 cc, in caso di usufrutto su azioni, il diritto di voto spetta, salvo convenzione contraria, all’usufruttuario.
Pertanto, ai fini della verifica del requisito inerente al controllo della società:

  • la partecipazione trasferita in usufrutto rileva se, conformemente alla previsione del codice civile, il diritto di voto spetta all’usufruttuario
  • la partecipazione trasferita in nuda proprietà rileva se, in deroga a quanto stabilito dal codice civile, il diritto di voto è stato attribuito al nudo proprietario.

Chiaramente il requisito del controllo può essere soddisfatto anche attraverso la somma dei voti relativi alla partecipazione che il socio detiene in piena proprietà, con i voti inerenti alla partecipazione sulla quale il socio vanta solo il diritto di usufrutto o di nuda proprietà, sempreché a tali partecipazioni siano connessi i diritti di voto.

In relazione alle quote di sp (ad esempio, società in nome collettivo e società in accomandita semplice) il beneficio, in presenza delle altre condizioni, spetta a prescindere del requisito del controllo, come confermato dalle circolari n. 3/2008 e n. 18/2013.

L’agevolazione può essere chiesta anche in relazione al conferimento di un’azienda o di una partecipazione societaria in un trust. Al riguardo, la risoluzione n. 110/2009 ha precisato, però, che il trust deve avere una durata non inferiore a 5 anni a partire dal conferimento, e i beneficiari devono essere i discendenti o il coniuge del disponente.

Relativamente ai trasferimenti di aziende, l’Agenzia delle entrate ha ritenuto che l’agevolazione può spettare in caso di donazione di usufrutto su azienda, mentre non è applicabile se viene trasferita la nuda proprietà su aziende (risposta n. 231/2019).

Considerato che la ratio del beneficio fiscale, come si è detto, è quella di agevolare il passaggio generazionale delle aziende, il trattamento di favore non è applicabile in relazione al trasferimento di titoli che non consentono di attuare tale passaggio, come, ad esempio, i titoli obbligazionari.

Profili inerenti alla decadenza dall’agevolazione
Come precedentemente anticipato, ai fini del mantenimento dell’agevolazione è necessario che l’acquirente mantenga il controllo della società (in caso di società di capitali) o prosegua l’esercizio dell’attività (in caso di società di persone o di aziende) per almeno 5 anni dal trasferimento agevolato.
Al riguardo, è stato chiarito, con la precisazione di seguito riportata, che il conferimento dell’azienda o della partecipazione sociale in società, non determina la revoca dell’agevolazione anche se effettuato entro 5 anni dall’acquisto. La circolare n. 3/2008 ha, però, precisato che se il conferimento è effettuato in una società di capitali, l’agevolazione si mantiene soltanto se le azioni o le quote assegnata al conferente consentono di acquisire o integrare il controllo come prevede l’articolo 2359, primo comma, n. 1 del codice civile.

Lo stesso documento di prassi ha chiarito che anche operazioni societarie straordinarie, quali la trasformazione, la fusione e la scissione non determinano il venir meno del beneficio fiscale, anche se effettuate prima del decorso di 5 anni dall’acquisto.
Anche in questo caso, però, si è precisato che se tali operazioni riguardano società di capitali, regime i favore si mantiene soltanto se il socio che aveva goduto del trattamento agevolato, mantiene o integra, nella società di capitali risultante dalla trasformazione, fusione o scissione, una partecipazione di controllo in base all’articolo 2359 sopra richiamato.

Qualora il beneficio sia stato concesso in relazione al trasferimento di un’azienda, deve ritenersi che l’eventuale alienazione, entro 5 anni dall’acquisto, del diritto di nuda proprietà sulla stessa azienda non faccia venir meno l’agevolazione, considerato che il cedente, mantenendo l’usufrutto dell’azienda, conserva la gestione del complesso aziendale e, quindi, non viene meno il requisito relativo alla continuazione dell’attività per un quinquennio (risposta n. 231/2019).

Qualora, invece, il beneficiario dell’agevolazione trasferisca, entro 5 anni dall’acquisto, un ramo di azienda, si è ritenuto, con la già menzionata circolare n. 3/2008, che la decadenza dal beneficio fiscale opererà in modo parziale, ovvero limitatamente al ramo di azienda ceduto. Ciò, a condizione che il contribuente prosegua l’esercizio dell’attività attraverso la parte di azienda di cui conserva la titolarità. In caso contrario la decadenza dall’agevolazione opererà per intero.

Deve ritenersi che anche la concessione dell’azienda in affitto, entro 5 anni dall’applicazione del beneficio fiscale, produca la revoca dell’agevolazione, considerato che, in tal caso, l’azienda sarà gestita dall’affittuario e, quindi, in capo al concedente, non è rispettato il requisito relativo alla continuazione dell’attività per un quinquennio.

La parte finale della norma prevede espressamente che il mancato rispetto delle condizioni previste dall’agevolazione determina:

  • la decadenza dall’agevolazione
  • il pagamento dell’imposta in misura ordinaria
  • il pagamento della sanzione amministrativa (articolo 13, Dlgs n. 471/1997)
  • il pagamento degli interessi di mora, con decorrenza dalla data in cui l’imposta doveva essere pagata.
0

Il decreto legge n. 34/2020, il “Rilancio”, introduce misure urgenti a sostegno di settori chiave della società, particolarmente colpiti dall’emergenza epidemiologica da Covid-19. Per quanto concerne l’imposizione fiscale nel settore immobiliare, si richiama l’attenzione su due norme riguardanti entrambe, tra l’altro, l’imposta ipotecaria, e cioè l’articolo 27 e l’articolo 172 del Dl: il primo riguarda il trattamento fiscale del cosiddetto “patrimonio destinato” e il secondo della cessione di rami di azienda nell’ambito del regime di sostegno pubblico.

Il “patrimonio destinato”
Il “patrimonio destinato” (articolo 27) è un istituto introdotto nel nostro ordinamento giuridico con il Dlgs n. 6/2003, che ha modificato gli articoli 2447-bis e seguenti del codice civile, con il quale si è inteso vincolare, nell’ambito delle società per azioni, una parte del patrimonio sociale a uno scopo ben determinato (“La società può: a) costituire uno o più patrimoni ciascuno dei quali destinato in via esclusiva ad uno specifico affare”). Tale istituto pone un’importante eccezione ai principi della responsabilità patrimoniale e della par condicio creditorum (articoli 2740 e 2741 cc), in quanto i beni rientranti nel “patrimonio destinato” sono sottratti all’azione esecutiva dei creditori societari; resta inteso, però, che è vero anche il contrario, e cioè che i creditori del “patrimonio destinato” non sono ammessi a esperire azioni sul restante patrimonio della società per azioni.
In questo modo, per esempio, investimenti in settori particolarmente rischiosi sono favoriti senza che le eventuali ricadute finanziarie negative incidano sull’intero patrimonio sociale, esponendolo a eventuali procedure concorsuali.
Il Pt non si configura come un autonomo soggetto giuridico, atteso che il centro di interessi soggettivo al quale riconnettere i rapporti giuridicamente rilevanti resta pur sempre la società per azioni. Qualche riflessione merita, in proposito, la locuzione “specifico affare”: essa è stata variamente intesa dalla dottrina, una parte della quale ne dà un’interpretazione restrittiva, circoscrivendo la destinazione del Patrimonio a una singola operazione; altra parte, invece, preferisce un’interpretazione estensiva, comprendente anche un ramo di attività d’impresa. Certamente, il decreto “Rilancio” sembra accogliere questa seconda accezione della locuzione, laddove esordisce: “al fine di attuare interventi e operazioni di sostegno e rilancio del sistema economico-produttivo italiano in conseguenza dell’emergenza epidemiologica da “Covid-19, CDP S.p.A. è autorizzata a costituire un patrimonio destinato denominato “Patrimonio Rilancio”…”. In breve, sotto il profilo civilistico, l’articolo 27, a un esame sommario, sembrerebbe ricalcare in toto l’istituto previsto dal richiamato Dlgs n. 6/2003.

Per quel che concerne l’ambito fiscale, nel secondo periodo, comma 2, dell’articolo 27 si legge che “gli apporti sono esenti dall’imposta di registro, dall’imposta di bollo, dalle imposte ipotecaria e catastale e da ogni altra imposta indiretta, nonché da ogni altro tributo o diritto”. Con il termine “apporto” si intende, in linea generale, il conferimento da parte del proprietario di beni, anche immobili, al patrimonio di un fondo. Un’espressione abbastanza nota è quella di “apporto di capitale”, concetto di natura, prima di tutto, economica, con il quale si fa riferimento a una forma di finanziamento a cui un’azienda ricorre attingendo al capitale proprio o dei soci. È, pertanto, una terminologia sicuramente coerente con la descrizione economica del fenomeno di destinazione vincolata dei beni di cui al “patrimonio destinato”, meno sotto il profilo tributario. Con specifico riguardo, per esempio, all’imposta ipotecaria, l’articolo 1 del Dlgs n. 347/1990, statuisce che “le formalità di trascrizione … eseguite nei pubblici registri immobiliari sono soggette all’imposta ipotecaria…”.
Considerato che l’articolo 2643 cc individua tassativamente le ipotesi di trascrizione e che, in generale, esse riguardano il trasferimento del diritto di proprietà ovvero la costituzione, il trasferimento o la modifica di diritti reali, quid iuris con riguardo ai “beni apportati”? In altre parole, il concetto di “apporto”, ove riferito, comunque, a beni immobili, sotto il profilo giuridico, deve tradursi come equivalente di “trasferimento di diritti” su beni immobili? Ove non si ritenesse sussistere tale equivalenza, allora non si avrebbe neppure ragione di puntualizzare normativamente il regime di esenzione. Invece, argomentando a contrario, si potrebbe avanzare l’ipotesi che la specificazione operata nell’articolo 27 si giustifica proprio perché la regola ordinaria è la tassazione ipotecaria degli apporti di beni immobili.
Per essere precisi, l’articolo 2643, ai nn. 10 e 11, prevede la trascrizione degli atti costitutivi di società, quando importano conferimento di immobili, ma tale ipotesi non è assimilabile al caso in esame, in quanto – si è visto in precedenza – la costituzione del “patrimonio destinato” non importa la nascita di un nuovo soggetto giuridico. In realtà, l’interpretazione più plausibile sembra essere un’altra: la formula esentativa riportata nell’articolo 27 riproduce l’espressione “… sono esenti dall’imposta di registro, dall’imposta di bollo, dalle imposte ipotecaria e catastale” già riscontrata in altre disposizioni analoghe (a titolo meramente esemplificativo, si veda l’articolo 10 della legge n. 533/1973 e l’articolo 19 della legge n. 74/1987), in cui la materia oggetto di disciplina rende facilmente intuibile la ratio agevolativa (nel caso dei riferimenti normativi sopra riportati, i crediti di lavoro e il procedimento di scioglimento del matrimonio). Il beneficio previsto dal Dl n. 34/2020 si colloca nell’ambito di interventi e operazioni di sostegno e rilancio del sistema economico-produttivo italiano in conseguenza dell’emergenza epidemiologica da “Covid-19” e, quindi, trova la sua causa giustificatrice nell’interesse della collettività e ciò è certamente assorbente di qualsiasi argomentazione di segno diverso.

Le cessioni di rami di azienda
Per una più precisa comprensione del trattamento fiscale previsto dall’articolo 172, comma 1, del decreto legge n. 34/2020, occorre preliminarmente puntualizzare che esso si colloca nel Capo II, concernente “il regime di sostegno pubblico per l’ordinato svolgimento delle procedure di liquidazione coatta amministrativa di banche di ridotte dimensioni”. A tal fine, il ministro dell’Economia e delle Finanze è autorizzato a concedere il sostegno pubblico alle operazioni di trasferimento a una banca acquirente di attività e passività di azienda, rami d’azienda nonché di beni e rapporti giuridici individuabili in blocco della banca in liquidazione coatta amministrativa (articolo 169). Tali operazioni, in base al comma 1 dell’articolo 172 “(….) si considerano cessione di rami di azienda ai fini del decreto del Presidente della Repubblica del 26 ottobre 1972, n. 633. Agli atti aventi a oggetto le cessioni di cui al periodo precedente, le imposte di registro, ipotecaria e catastale si applicano, ove dovute, nella misura fissa di 200 euro ciascuna”.

Le disposizioni appena descritte si collocano nell’ambito del delicato tema degli aiuti di Stato alle banche. È ben noto come il rispetto del principio della libera concorrenza sia uno degli obiettivi primari dell’Unione europea e che da sempre la disciplina antitrust rappresenti uno dei punti fermi della Ue; da qui lo sfavore per gli aiuti di Stato. Nonostante ciò, a lungo si è ritenuto che tale principio non fosse integralmente applicabile al settore bancario, atteso che le crisi finanziarie hanno dimostrato come la situazione di difficoltà di un intermediario finanziario possa innescare un “effetto domino”, per cui una crisi individuale si trasforma presto in una crisi globale. Si tratta, pertanto, di norme che evidenziano tutta la gravità del momento a livello economico, in quanto la normativa in questione introduce forme di supporto statale alle banche di piccole dimensioni, in crisi. In quest’ottica, si comprende la vigilanza dell’Unione europea su tali misure (articolo 173) che eserciterà il proprio controllo in base alla relazione annuale sul funzionamento del regime di aiuti di Stato previsti dal Capo II presentata alla Commissione europea da parte del ministro dell’Economia e delle Finanze.

Per quanto concerne il trattamento fiscale delle cessioni di rami d’azienda in questione (cfr risposta n. 81/2019 dell’Agenzia, che fornisce utili spunti di riflessione nell’ambito dell’imposizione diretta e indiretta, vedi articolo “Passare clienti ad altra società: è cessione di contratti o d’azienda?”), con specifico riguardo all’imposta ipotecaria, si ricorda che essa si applica in misura proporzionale con aliquote pari allo 0,5%, 2% o 3% a seconda degli atti posti in essere, traslativi o costitutivi di diritti reali immobiliari; mentre è dovuta in misura fissa sugli altri atti o provvedimenti soggetti a trascrizione.

In quest’ottica, il legislatore ha determinato nella misura fissa di 200 euro l’importo da versare a titolo di imposta ipotecaria, nel caso in cui tra i beni aziendali ceduti vi siano anche degli immobili, per i quali dovranno essere espletate le formalità di trascrizione presso i Registri immobiliari.

Fine

La prima puntata è stata pubblicata venerdì 22 maggio 2020
La seconda puntata è stata pubblicata lunedì 25 maggio 2020
La terza puntata è stata pubblicata mercoledì 27 maggio 2020
La quarta puntata è stata pubblicata venerdì 29 maggio 2020
la quinta puntata è stata pubblicata lunedì 1° giugno 2020
la sesta puntata è stata pubblicata mercoledì 3 giugno 2020
La settima puntata è stata pubblicata giovedì 4 giugno 2020
L’ottava puntata è stata pubblicata venerdì 5 giugno 2020
La nona puntata è stata pubblicata lunedì 8 giugno 2020
La decima puntata è stata pubblicata mercoledì 10 giugno 2020
L’undicesima puntata è stata pubblicata venerdì 12 giugno 2020
La dodicesima puntata è stata pubblicata lunedì 15 giugno 2020
La tredicesima puntata è stata pubblicata mercoledì 17 giugno 2020
La quattordicesima puntata è stata pubblicata venerdì 19 giugno 2020
La quindicesima puntata è stata pubblicata lunedì 22 giugno 2020
La sedicesima puntata è stata pubblicata martedì 23 giugno 2020

0

Meno traffico, meno inquinamento, più sostenibilità. Sono questi gli indirizzi dell’esecutivo che nel Dl “Rilancio” ha previsto anche delle misure per incentivare la mobilità sostenibile nei grandi centri. L’articolo 229, infatti, ha introdotto un bonus mobilità, noto anche come bonus bici, pari al 60% della spesa sostenuta per l’acquisto di biciclette, handbike, monopattini, hoverboard e segway e per l’utilizzo di servizi di mobilità condivisa a uso individuale, esclusi quelli mediante autovetture.
Ma come funzionerà questo bonus? È già attivo? Chi può accedervi? Ecco cosa dicono il decreto e le 15 domande e risposte pubblicate sul sito istituzionale del ministero dell’Ambiente e della tutela del territorio e del mare.

Chi può usufruire del bonus bici
Possono fruire dell’agevolazione i cittadini maggiorenni che hanno la propria residenza nei capoluoghi di Regione o di Provincia (anche se con meno di 50mila abitanti), nei Comuni con popolazione superiore a 50mila abitanti e nei comuni delle 14 Città metropolitane (anche al di sotto dei 50mila abitanti), ovvero Bari, Bologna, Cagliari, Catania, Firenze, Genova, Messina, Milano, Napoli, Palermo, Reggio Calabria, Roma Capitale, Torino, Venezia. Per essere sicuri che il proprio Comune di residenza rientri all’interno di un’area metropolitana è possibile consultare i relativi siti istituzionali ufficiali, mentre per verificarne la dimensione si deve fare riferimento alla banca dati Istat relativa al 1 gennaio 2019.

Cosa si può acquistare
Diverse le tipologie di mezzi di trasporto che rientrano nel beneficio. Ovviamente sono comprese le normali bici, nuove o usate, sia tradizionali che a pedalata assistita, le handbike (nuove o usate), i veicoli nuovi o usati per la mobilità personale a propulsione prevalentemente elettrica, come per esempio monopattini, hoverboard e segway (art. 33-bis del Dl n. 162/2019, convertito con modificazioni dalla legge n. 8/2020) e i servizi di mobilità condivisa a uso individuale esclusi quelli mediante autovetture.
Il buono può essere richiesto una sola volta, per un unico acquisto e non può essere utilizzato per comprare accessori come caschi, batterie, catene, lucchetti, eccetera.

Due fasi, due modalità per ottenere il bonus
I cittadini possono già acquistare la propria bici a partire dal 4 maggio, presso qualsiasi rivenditore, anche online, purché con fattura. La scadenza è invece fissata al 31 dicembre 2020.
In questa prima fase, il cittadino dovrà pagare per intero l’acquisto e poi dovrà chiedere il rimborso pari al 60% della spesa, conservando la fattura (non lo scontrino) e allegandolo all’istanza da presentare mediante un’applicazione web che è in via di predisposizione e che sarà accessibile, anche dal sito istituzionale del ministero dell’Ambiente entro sessanta giorni dalla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del decreto interministeriale attuativo del Programma buono mobilità.
Se non si vuole anticipare l’intero importo dell’acquisto, invece, occorrerà aspettare la fase due. Dal giorno in cui sarà attiva l’applicazione web, infatti, i cittadini potranno collegarsi, indicare sulla piattaforma il mezzo o il servizio che si intende acquistare e ottenere il buono spesa digitale che dovrà poi essere consegnato ai fornitori autorizzati. In questo caso si pagherà solo il 40% del prezzo di acquisto, perché lo sconto verrà applicato direttamente da parte del fornitore, che riceverà il rimborso del restante 60%. Inoltre, l’acquisto dovrà essere fatto solo presso i negozi aderenti all’iniziativa. Il bonus non potrà essere superiore a 500 euro e dovrà essere utilizzato entro 30 giorni dalla relativa generazione, pena l’annullamento.

Infine, per chi ancora ne fosse sprovvisto, potrebbe essere utile già da ora dotarsi delle credenziali SPID, il Sistema Pubblico di Identità Digitale. Saranno, infatti, necessarie per accedere alla nuova piattaforma e resterebbero comunque utili per tutta una serie di servizi online offerti dalla pubblica amministrazione.

continua

La prima puntata è stata pubblicata venerdì 22 maggio 2020
La seconda puntata è stata pubblicata lunedì 25 maggio 2020
La terza puntata è stata pubblicata mercoledì 27 maggio 2020
La quarta puntata è stata pubblicata venerdì 29 maggio 2020
la quinta puntata è stata pubblicata lunedì 1° giugno 2020
la sesta puntata è stata pubblicata mercoledì 3 giugno 2020
La settima puntata è stata pubblicata giovedì 4 giugno 2020
L’ottava puntata è stata pubblicata venerdì 5 giugno 2020
La nona puntata è stata pubblicata lunedì 8 giugno 2020
La decima puntata è stata pubblicata mercoledì 10 giugno 2020
L’undicesima puntata è stata pubblicata venerdì 12 giugno 2020
La dodicesima puntata è stata pubblicata lunedì 15 giugno 2020
La tredicesima puntata è stata pubblicata mercoledì 17 giugno 2020
La quattordicesima puntata è stata pubblicata venerdì 19 giugno 2020
La quindicesima puntata è stata pubblicata lunedì 22 giugno 2020

0

La misura introdotta con il Dl “Rilancio” è di carattere strutturale, orientata a incentivare gli investimenti, sia in capitale di rischio sia in capitale di debito, nell’economia reale e, in particolare, nel mondo delle società non quotate. In pratica, sulla base della disciplina generale prevista per i Pir, con le varianti contenute nell’articolo 136 del Dl “Rilancio” si tende a convogliare in maniera ancor più vantaggiosa e consistente gli investimenti verso imprese di minori dimensioni, offrendo la possibilità agli investitori di costituire un secondo Pir, con vincoli di investimento più specifici e alternativi rispetto all’impianto normativo iniziale. E infatti, questi strumenti sono già stati ribattezzati “Pir Alternativi”.

La natura alternativa dei Pir di nuova generazione
In primo luogo, tra gli investimenti qualificati, oltre agli strumenti finanziari “classici”, sono ora incluse anche fonti di finanziamento alternative al canale bancario, quali concessione di prestiti e acquisizione dei crediti delle imprese. Più in generale, gli investimenti qualificati saranno quindi composti da strumenti finanziari anche non negoziati in mercati regolamentati o sistemi multilaterali di negoziazione, emessi o stipulati con imprese radicate in Italia, ma diverse da quelle i cui titoli azionari formano i panieri degli indici Ftse Mib e Ftse Mid Cap della Borsa italiana o indici equivalenti di altri mercati regolamentati. Tra gli investimenti qualificati, quindi, come già accennato, oltre agli strumenti finanziari, saranno incluse anche fonti di finanziamento alternative al canale bancario, quali concessione di prestiti e acquisizione dei crediti delle imprese.

Anche il fisco in aiuto dei nuovi Pir
Si ampia l’entità delle somme investite non tassabili. Le disposizioni del decreto, infatti, prevedono sia un vincolo di concentrazione degli investimenti pari al 20%, sia limiti più estesi rispetto all’entità degli investimenti detassati pari a 150.000 euro all’anno e a 1.500.000 euro complessivamente. Due nuovi tetti tax free decisamente più vantaggiosi rispetto ai Pir tradizionali, i cui limiti erano 30 mila euro annui e 150 mila euro complessivi.

Una molteplicità di soluzioni per costituire un Pir
La costituzione del nuovo Pir è possibile rivolgendosi ad un’ampia categoria di intermediari. Infatti gli investimenti qualificati possono essere effettuati, oltre che tramite Oicr aperti e contratti di assicurazione sulla vita e di capitalizzazione, anche tramite Fia, come Eltif, fondi di private equity, fondi di private debt e fondi di credito.

Due Pir in un portafoglio singolo
L’unicità del Pir va ora intesa nel senso che ciascun contribuente può costituire un Pir ordinario e/o un nuovo Pir “alternativo”. Naturalmente, resta fermo il principio che ogni Pir non potrà avere più di un titolare, ma a tale limitazione si aggiunge la seguente finestra: una persona fisica potrà comunque sottoscrivere un Pir ordinario e un Pir avente i nuovi vincoli d’investimento che caratterizzano la nuova formulazione del Pir “alternativo”.

Un piccolo obiettivo, ma un grande “stimolo” alle piccole e medie imprese
Obiettivo dei Pir alternativi è potenziare ulteriormente il ruolo del risparmio come risorsa finanziaria collettiva indirizzandolo su investimenti illiquidi, così da stimolare direttamente il tessuto imprenditoriale italiano delle imprese di piccole dimensioni. La finalità è quindi di favorire l’afflusso di risorse alle piccole e medie imprese non quotate, il cui accesso al capitale, tradizionalmente difficile, è ancora più arduo e complesso in una fase di forte pressione creata dall’attuale emergenza epidemiologica.

continua

La prima puntata è stata pubblicata venerdì 22 maggio 2020
La seconda puntata è stata pubblicata lunedì 25 maggio 2020
La terza puntata è stata pubblicata mercoledì 27 maggio 2020
La quarta puntata è stata pubblicata venerdì 29 maggio 2020
la quinta puntata è stata pubblicata lunedì 1° giugno 2020
la sesta puntata è stata pubblicata mercoledì 3 giugno 2020
La settima puntata è stata pubblicata giovedì 4 giugno 2020
L’ottava puntata è stata pubblicata venerdì 5 giugno 2020
La nona puntata è stata pubblicata lunedì 8 giugno 2020
La decima puntata è stata pubblicata mercoledì 10 giugno 2020
L’undicesima puntata è stata pubblicata venerdì 12 giugno 2020
La dodicesima puntata è stata pubblicata lunedì 15 giugno 2020
La tredicesima puntata è stata pubblicata mercoledì 17 giugno 2020
La quattordicesima puntata è stata pubblicata venerdì 19 giugno 2020

0

Tra le misure adottate in seguito all’entrata in vigore del Dl “Rilancio”, è ora la volta di analizzare quelle previste dall’articolo 26 finalizzate ad agevolare gli aumenti di capitale delle società per azioni, società in accomandita per azioni, società a responsabilità limitata, società cooperative, società europee di cui al regolamento (Ce) n. 2157/2001 e società cooperative europee di cui al regolamento (Ce) n. 1435/2003, aventi sede legale in Italia, oltre che delle stabili organizzazioni in Italia di imprese con sede in Stati membri dell’Unione europea o in Paesi appartenenti allo Spazio economico europeo.
Sono escluse, in ogni caso, le società di partecipazione finanziaria e quelle assicurative.

L’agevolazione è concessa sugli aumenti di capitale deliberati ed eseguiti, dopo l’entrata in vigore del decreto “Rilancio” ed entro il 31 dicembre 2020, in società che abbiano maturato ricavi per un ammontare compreso tra i 5 e i 50 milioni di euro, e abbiano subito, a causa dell’emergenza epidemiologica da Covid-19, nei mesi di marzo e aprile 2020, una riduzione complessiva dei ricavi, rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, in misura non inferiore al 33 per cento.
Al verificarsi delle condizioni sopra indicate, il legislatore riconosce ai soggetti che effettuano i conferimenti in denaro in esecuzione dell’aumento del capitale sociale, un credito d’imposta pari al 20% delle somme investite.
L’investimento massimo sul quale calcolare il credito d’imposta non può eccedere 2 milioni di euro.

La partecipazione riveniente dal conferimento deve essere posseduta fino al 31 dicembre 2023.
Pertanto, l’eventuale distribuzione di riserve effettuata prima di tale data comporta la decadenza dal beneficio e l’obbligo di restituire l’ammontare detratto, oltre agli interessi legali.

Il credito d’imposta è utilizzabile nella dichiarazione dei redditi relativa al periodo d’imposta di effettuazione dell’investimento e in quelle successive fino a quando non se ne conclude l’utilizzo o, in alternativa, a partire dal decimo giorno successivo a quello di presentazione della dichiarazione; il credito può essere utilizzato anche in compensazione.
In questo ultimo caso, il credito è compensabile anche oltre i limiti previsti dalla legge per le compensazioni.

Il credito d’imposta non concorre alla formazione del reddito ai fini delle imposte sui redditi e del valore della produzione ai fini dell’imposta regionale sulle attività produttive e non rileva ai fini del rapporto di cui agli articoli 61 (deducibilità degli interessi passivi) e 109, comma 5 (deducibilità dei componenti negativi), del Tuir.

Alle società che effettuano l’aumento di capitale alle condizioni sopra indicate, inoltre, è riconosciuto, a seguito dell’approvazione del bilancio per l’esercizio 2020, un credito d’imposta pari al 50% delle perdite eccedenti il 10% del patrimonio netto, al lordo delle perdite stesse, fino a concorrenza del 30% dell’aumento di capitale.
L’eventuale distribuzione di riserve prima del 1° gennaio 2024 comporta la decadenza dal beneficio e l’obbligo di restituire l’importo fruito, unitamente agli interessi legali.

Per le società, tuttavia, la misura è riconosciuta a condizione che le società rispettino una serie di parametri, tra i quali: regolarità fiscale e contributiva oltre che in materia di edilizia, urbanistica, lavoro e prevenzione degli infortuni e non abbiano ricevuto aiuti ritenuti illegali.
Anche per le società, il credito d’imposta è utilizzabile in compensazione, a partire dal decimo giorno successivo a quello di presentazione della dichiarazione relativa al periodo di effettuazione dell’investimento e non trovano applicazione i limiti previsti dalla legge in materia di compensazioni.

Il credito d’imposta non concorre alla formazione del reddito ai fini delle imposte sui redditi e del valore della produzione ai fini dell’imposta regionale sulle attività produttive e non rileva ai fini del rapporto di cui agli articoli 61 e 109, comma 5, Tuir.
Con decreto del ministro dell’Economia e delle Finanze, da adottare entro trenta giorni dalla data di entrata in vigore del Dl “Rilancio”, saranno stabiliti i criteri e le modalità di fruizione del credito d’imposta.

continua

La prima puntata è stata pubblicata venerdì 22 maggio 2020
La seconda puntata è stata pubblicata lunedì 25 maggio 2020
La terza puntata è stata pubblicata mercoledì 27 maggio 2020
La quarta puntata è stata pubblicata venerdì 29 maggio 2020
la quinta puntata è stata pubblicata lunedì 1° giugno 2020
la sesta puntata è stata pubblicata mercoledì 3 giugno 2020
La settima puntata è stata pubblicata giovedì 4 giugno 2020
L’ottava puntata è stata pubblicata venerdì 5 giugno 2020
La nona puntata è stata pubblicata lunedì 8 giugno 2020
La decima puntata è stata pubblicata mercoledì 10 giugno 2020
L’undicesima puntata è stata pubblicata venerdì 12 giugno 2020
La dodicesima puntata è stata pubblicata lunedì 15 giugno 2020
La
tredicesima puntata è stata pubblicata mercoledì 17 giugno 2020

0

Allo scopo di incentivare l’impiego di mezzi di pagamento diversi dal contante, il Dl n. 124/2019 (“decreto fiscale” collegato alla legge di bilancio 2020), da un lato, ha istituito – a favore degli esercenti attività d’impresa, arte e professioni con ricavi/compensi non superiori a 400mila euro – un credito d’imposta sulle commissioni addebitate dagli intermediari per le transazioni elettroniche effettuate dai consumatori dal 1° luglio 2020 (articolo 22) e, dall’altro, ha stabilito che il valore soglia oltre il quale si applica il divieto al trasferimento di denaro liquido fra soggetti diversi venga ridotto, dagli attuali 3mila euro, prima a 2mila euro, con decorrenza dallo stesso 1° luglio, e poi a mille euro, a partire dal 1° gennaio 2022 (articolo 18).

Il bonus per scoraggiare l’uso del contante
Da giovedì 1° luglio, a commercianti, artigiani e professionisti spetterà un credito d’imposta nella misura del 30% delle commissioni applicate dai prestatori di servizi di pagamento (articolo 1, comma 1, lettera g), Dlgs n. 11/2010) per le cessioni di beni e le prestazioni di servizi rese nei confronti di consumatori finali (ossia, di persone fisiche che agiscono per scopi estranei all’attività imprenditoriale, commerciale, artigianale o professionale eventualmente svolta) e regolate con carte di credito, debito o prepagate ovvero mediante altri strumenti di pagamento elettronici tracciabili. L’accesso all’incentivo fiscale è riservato ai soli operatori con ricavi o compensi, nell’anno d’imposta precedente, di ammontare non superiore a 400mila euro.

Il credito d’imposta:

  • può essere usato esclusivamente in compensazione, tramite modello F24, dal mese successivo a quello di sostenimento della spesa
  • va riportato nella dichiarazione dei redditi relativa al periodo d’imposta di maturazione del credito e in quelle degli anni seguenti, fino a quando se ne conclude l’utilizzo
  • non concorre alla formazione né della base imponibile ai fini delle imposte sui redditi né del valore della produzione ai fini dell’Irap
  • non rileva ai fini del rapporto di cui agli articoli 61 (deducibilità degli interessi passivi) e 109, comma 5 (deducibilità dei componenti negativi), del Tuir
  • è riconosciuto nel rispetto delle condizioni e dei limiti fissati dalle norme europee in materia di aiuti de minimis, cioè di piccola entità. A tal proposito, si ricorda che il regolamento Ue prevede, in generale, un massimale di 200mila euro nell’arco di tre esercizi finanziari; il limite è più basso per i produttori agricoli (15mila euro) e per chi opera nel settore della pesca e dell’acquacoltura (30mila euro).

Per le disposizioni attuative della norma sono stati emanati:

  • il provvedimento 29 aprile 2020 dell’Agenzia delle entrate, con cui sono stati definiti i termini, le modalità e il contenuto delle comunicazioni trasmesse telematicamente all’amministrazione finanziaria dagli operatori dei sistemi di pagamento che, con gli esercenti, hanno stipulato un apposito contratto per l’accettazione di carte e di altri strumenti di pagamento elettronici tracciabili, vale a dire, fondamentalmente, per l’installazione del Pos. La comunicazione, da trasmettere attraverso il Sistema di interscambio dati, deve contenere le seguenti informazioni: codice fiscale dell’esercente, mese e anno di addebito, numero totale delle operazioni effettuate nel periodo di riferimento e di quelle riconducibili ai consumatori finali, importo delle commissioni addebitate per le operazioni riconducibili ai consumatori finali, ammontare dei costi fissi periodici che ricomprendono un numero variabile di operazioni in franchigia anche se includono il canone per la fornitura del servizio di accettazione (vedi articolo “Commissioni pagamenti tracciabili: la comunicazione prende forma”). Questi dati consentiranno all’amministrazione finanziaria di effettuare i necessari controlli sulla spettanza e sull’utilizzo del credito
  • il provvedimento 21 aprile 2020 della Banca d’Italia (pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 111 del 30 aprile 2020), attraverso il quale sono stati individuati i criteri e le modalità con cui i prestatori di servizi di pagamento che hanno stipulato un contratto con gli esercenti per abilitarli all’accettazione di uno strumento tracciabile (non si considerano tali bollettini postali e assegni) devono comunicare a questi ultimi telematicamente (ad esempio, via Pec o tramite pubblicazione nell’online banking), entro il giorno 20 del mese successivo a quello di riferimento: l’elenco delle operazioni tracciabili effettuate nel periodo, con la specifica del numero e del valore totale di quelle complessive e di quelle riconducibili a consumatori finali, il prospetto descrittivo delle commissioni addebitate nel mese. Tali dati consentiranno a imprenditori e professionisti di determinare il bonus del 30% sulle commissioni pagate.

Scatta a 2mila euro il semaforo rosso per il contante
Il comma 3-bis dell’articolo 49 del Dlgs n. 231/2007, aggiunto dal “collegato fiscale” alla legge di bilancio 2020, ha stabilito che, dal 1° luglio 2020 e fino al 31 dicembre 2021, sono vietati i passaggi di denaro contante e di titoli al portatore in euro o in valuta estera, effettuati a qualsiasi titolo tra soggetti diversi, siano esse persone fisiche o giuridiche, di valore complessivamente pari o superiore a 2mila euro (attualmente, il limite è 3mila euro). Il trasferimento oltre l’importo indicato – specifica la norma – è vietato anche quando è effettuato con più pagamenti, inferiori alla soglia, che appaiono artificiosamente frazionati. Dal 1° gennaio 2022, il tetto scenderà ulteriormente a mille euro.
Parallelamente, diminuisce anche il minimo edittale della sanzione amministrativa pecuniaria (da 3mila a 50mila euro) applicabile nei confronti di chi non rispetta la norma in questione: è fissato a 2mila euro per le violazioni commesse e contestate dal 1° luglio 2020 al 31 dicembre 2021, a mille euro per quelle successive (articolo 63, comma 1-ter, Dlgs n. 231/2007).

0

Prorogata dal 1° gennaio 2020 al 1° gennaio 2021 l’applicazione delle disposizioni del Dl n. 34/2019 che hanno introdotto una procedura di integrazione da parte dell’Agenzia delle entrate dell’imposta di bollo dovuta sulle fatture elettroniche inviate tramite il Sistema di Interscambio (Sdi) che non recano l’annotazione di assolvimento dell’imposta.
Con l’approvazione del decreto “Rilancio”, infatti, il Governo ha introdotto una serie di disposizioni finalizzate a mitigare gli effetti negativi derivanti dall’adozione delle misure di prevenzione e contenimento connesse all’emergenza epidemiologica da Covid-19 oltre che cercare di incentivare la ripresa delle attività economiche in concomitanza con l’avvio della Fase 2.

Tra le misure adottate si segnala quanto previsto all’articolo 143 dello stesso decreto, in tema di imposta di bollo sulle fatture elettroniche.
In particolare, il quarto periodo dell’articolo 12-novies, comma 1, del Dl n. 34/2019 viene sostituito con il seguente: “Le disposizioni di cui al presente articolo, si applicano alle fatture inviate dal 1° gennaio 2021 attraverso il sistema di interscambio di cui al citato articolo 1, commi 211 e 212, della legge 24 dicembre 2007, n. 244”.

Si ricorda, in linea generale, che il pagamento dell’imposta di bollo relativa alle fatture elettroniche emesse in ciascun trimestre solare deve essere effettuato entro il giorno 20 del primo mese successivo. A tal fine, per ciascun soggetto Iva, l’Agenzia delle entrate, sulla base dei dati presenti nelle fatture elettroniche inviate attraverso il Sistema di Interscambio, rende noto l’ammontare dell’imposta dovuta riportando l’informazione all’interno dell’area riservata presente sul sito dell’Agenzia (articolo 6 del decreto Mef 17 giugno 2014).

Il pagamento dell’imposta può essere effettuato mediante il servizio presente nella predetta area riservata, tramite addebito su conto corrente bancario o postale, oppure utilizzando il modello F24. Le fatture elettroniche per le quali è obbligatoria l’imposta di bollo devono riportare annotazione di assolvimento dell’imposta, ai sensi del citato decreto.

In particolare, in base al Dl n. 34/2019, l’Agenzia delle entrate integra le fatture che non recano l’annotazione di assolvimento dell’imposta di bollo, avvalendosi di procedure automatizzate, sulla  base dei dati indicati nelle fatture inviate attraverso il Sistema di Interscambio.
In caso di ritardato, omesso o insufficiente versamento, l’Agenzia delle entrate comunica al contribuente l’ammontare dell’imposta, della sanzione amministrativa, ridotta a un terzo, nonché degli interessi dovuti fino all’ultimo giorno del mese antecedente a quello dell’elaborazione della comunicazione. Nel caso in cui il contribuente non provvede al pagamento delle somme entro trenta giorni dal ricevimento della comunicazione, il competente ufficio delle Entrate procede all’iscrizione a ruolo a titolo definitivo.

Le disposizioni sopra illustrate avrebbero dovuto trovare applicazione a partire dalle fatture inviate dal 1° gennaio 2020 attraverso il Sistema di Interscambio (Sdi). Con la disposizione in commento l’applicazione delle disposizioni indicate all’articolo 12-novies del Dl n. 34/2019, viene prorogato al 1° gennaio 2021.

La proroga è risultata necessaria per evitare di introdurre una procedura informatica che richieda aggiornamenti dei software gestionali ed un confronto a distanza con le imprese sui dati elaborati dall’Agenzia delle entrate, in un periodo in cui gli operatori economici sono chiamati a fronteggiare l’emergenza epidemiologica da Covid-19.
L’attività di aggiornamento delle procedura con l’introduzione del servizio di integrazione delle fatture elettroniche prive di annotazione relativa all’imposta di bollo, verrà effettuata, pertanto, nel corso del prossimo anno.

continua

La prima puntata è stata pubblicata venerdì 22 maggio 2020
La seconda puntata è stata pubblicata lunedì 25 maggio 2020
La terza puntata è stata pubblicata mercoledì 27 maggio 2020
La quarta puntata è stata pubblicata venerdì 29 maggio 2020
la quinta puntata è stata pubblicata lunedì 1° giugno 2020
la sesta puntata è stata pubblicata mercoledì 3 giugno 2020
La settima puntata è stata pubblicata giovedì 4 giugno 2020
L’ottava puntata è stata pubblicata venerdì 5 giugno 2020
La nona puntata è stata pubblicata lunedì 8 giugno 2020
La decima puntata è stata pubblicata mercoledì 10 giugno 2020
L’undicesima puntata è stata pubblicata venerdì 12 giugno 2020
La dodicesima puntata è stata pubblicata lunedì 15 giugno 2020

0

Niente Irap a giugno se i ricavi sono crollati lo prevede l’articolo 24, mentre l’articolo 25 istituisce un contributo a fondo perduto se il fatturato di aprile 2020 è inferiore a quello di aprile 2019. Queste alcune delle misure introdotte nel Dl n. 34/2020 a sostegno di imprenditori, commercianti e agricoltori che hanno avuto difficoltà in seguito al lockdown introdotto per arginare l’emergenza epidemiologica Covid-19. Da oggi, 15 giugno e fino al 13 agosto, al via le domande per richiedere l’ “aiuto” a fondo perduto da presentare telematicamente all’Agenzia delle entrate, che provvederà a erogare il bonus con accredito diretto sul conto corrente indicato dal contribuente.

Versamento Irap di giugno
L’articolo 24 stabilisce che non è dovuto il versamento del saldo Irap 2019 e della prima rata di acconto 2020, mentre resta fermo il versamento dell’acconto Irap per il 2019, da parte di imprenditori e lavoratori autonomi con ricavi o compensi non superiori a 250milioni di euro nel periodo d’imposta precedente.
L’importo della prima rata dell’acconto 2020 è comunque escluso dal calcolo dell’imposta da versare a saldo per lo stesso periodo d’imposta.
Per usufruire della misura agevolativa gli aventi diritto non dovranno presentare alcuna domanda, né certificazione, né autocertificazione.
Per fornire ulteriori chiarimenti in merito alla fruizione dell’agevolazione da parte, in particolare, di quei soggetti che esercitano la loro attività in periodi d’imposta non coincidenti con l’anno solare (cosiddetto “a cavallo”), l’Agenzia delle entrate ha emanato la risoluzione n. 28 del 29 maggio scorso, specificando che per questi contribuenti i versamenti devono avvenire entro l’“ultimo giorno del sesto mese successivo a quello di chiusura del periodo d’imposta” (saldo periodo precedente e prima rata dell’acconto) e l’“ultimo giorno dell’undicesimo mese dello stesso periodo d’imposta” (seconda rata dell’acconto) e fornendo, al riguardo, una esplicativa tabella di esemplificazione (vedi articolo “Dl “Rilancio”, cancellazione Irap valida se l’esercizio è “a cavallo””).
Escluse dal beneficio banche, imprese di assicurazione, amministrazioni ed enti pubblici, intermediari finanziari e società di partecipazione.
L’agevolazione si applica nel rispetto dei limiti e delle condizioni previsti dalla Comunicazione della Commissione europea del 19 marzo 2020 C (2020) 1836 final «Quadro temporaneo per le misure di aiuto di Stato a sostegno dell’economia nell’attuale emergenza del Covid-19» e successive modifiche.
È inoltre previsto l’istituzione di un fondo nello stato di previsione del ministero dell’Economia e delle Finanze diretto a ristorare le Regioni e le Province autonome del minor introito derivante dal mancato versamento dell’Irap.

Contributo a fondo perduto se i ricavi sono crollati
Sull’argomento, per facilitare l’operato di quanti vogliano aderire alla richiesta dell’agevolazione, l’Agenzia ha pubblicato una guida “Contributo a fondo perduto”, che, consultabile online nell’area del sito internet che ospita le guide fiscali “L’Agenzia informa” e nella sezione dedicata di questa rivista, spiega tutti i dettagli della misura (vedi articolo “Contributo a fondo perduto: siamo ai blocchi di partenza”). Disponibile sul sito dell’Agenzia anche il vademecum illustrativo. Inoltre, la circolare n. 15/E del 13  giugno fornisce ulteriori chiarimenti ai contribuenti sui requisiti e le condizioni da rispettare per accedere al contributo, spiegando i passi da compiere per richiedere e ottenere il beneficio (vedi articolo ““Contributo a fondo perduto”: la circolare con i chiarimenti“).

L’articolo 25 del “Rilancio” ha introdotto un contributo a fondo perduto rivolto a sostenere i soggetti colpiti dall’emergenza epidemiologica Covid-19 e destinato a commercianti, artigiani e agricoltori, in possesso di partita Iva (incluse le imprese, anche cooperative, esercenti attività di impresa e commerciale), con ricavi o compensi nel periodo d’imposta precedente non superiori a 5milioni di euro, quando hanno avuto una perdita d 2/3 del fatturato nell’aprile di quest’anno rispetto a quello di aprile 2019.
Per coloro che hanno iniziato l’attività a partire dal 1° gennaio 2019 il contributo spetta anche nel caso in cui non si verifichi tale calo; anche coloro che sono stati colpiti da eventi calamitosi preesistenti all’insorgenza dell’emergenza Covid-19 (come ad esempio Comuni interessati da eventi sismici, alluvionali o di crolli di infrastrutture che hanno comportato delibere dello stato di emergenza) hanno diritto al contributo a fondo perduto indipendentemente dal calo di fatturato.
Rientrano tra i possibili beneficiari anche coloro che hanno percepito l’indennità prevista dall’articolo 28 del “Cura Italia” e gli enti non commerciali, compresi gli enti del Terzo settore e gli enti religiosi civilmente riconosciuti, per quanto riguarda le attività commerciali.

Sono, invece, esclusi dal contributo coloro che hanno cessato l’attività al 31 marzo 2020, gli enti pubblici (articolo 74 Tuir), gli intermediari finanziari e le società di partecipazione, coloro che percepiscono le indennità previste dagli articoli 27 e 38 del Dl n. 18/2020, i lavoratori dipendenti e i professionisti iscritti agli enti di diritto privato di previdenza obbligatoria previsti dal Dlgs n. 509/1994 e n. 103/1996.
Il contributo, riconosciuto per un importo non inferiore a 1.000 euro per le persone fisiche e a 2.000 euro per i soggetti diversi dalle persone fisiche, non concorre alla formazione della base imponibile delle imposte sui redditi né del valore della produzione netta ai fini Irap e non rileva ai fini del rapporto di deducibilità di cui agli articoli 61 e 109, comma 5 del Tuir.
La misura si calcola applicando una percentuale alla differenza tra ammontare del fatturato e dei corrispettivi di aprile 2020 e quello di aprile 2019. La percentuale da applicare varia in funzione del fatturato e precisamente è pari al 20% per quanti hanno avuto ricavi o compensi non superiori a 400mila euro, è del 15% per chi ha guadagnato fino a un milione di euro e arriva al 10% per chi ha incassato fino a 5milioni di euro.

Al fine di ottenere l’agevolazione, gli interessati devono presentare un’istanza (il modello e le istruzioni sono stati pubblicati congiuntamente al provvedimento del direttore delle Entrate del 10 giugno 2020 in cui sono individuate le modalità di presentazione della richiesta, il contenuto informativo, i termini di presentazione), esclusivamente in via telematica, anche tramite un intermediario delegato al servizio del cassetto fiscale o ai servizi di fatturazione elettronica, all’Agenzia, dichiarando la sussistenza dei requisiti. L’istanza può essere presentata a partire da oggi, 15 giugno, e non oltre il 13 agosto 2020 (per gli eredi che proseguono l’attività dei soggetti deceduti, il periodo di presentazione è 25 giugno – 24 agosto 2020).
L’istanza deve essere presentata in via telematica mediante: apposita procedura web nel portale “Fatture e corrispettivi” del sito web dell’Agenzia o apposito software di compilazione e successivo invio attraverso il desktop telematico. Solo nel caso di contributo superiore a 150mila euro, va presentata via pec con firma digitale.

È, inoltre, previsto l’invio dell’autocertificazione di regolarità antimafia.

L’erogazione del contributo avviene mediante accredito sul conto corrente dell’Iban intestato al richiedente. Contestualmente all’accoglimento dell’istanza per la richiesta del contributo, l’Agenzia emette il mandato di pagamento.

Successive attività di controllo prevedono la notifica dell’atto di recupero, a pena di decadenza, entro il 31 dicembre dell’ottavo anno susseguente a quello di utilizzo; le sanzioni erogabili in caso di recupero vanno dal 100 al 200% del contributo in tutto o in parte non spettante e si profila l’applicazione dell’articolo 316-ter del codice penale per quanto attiene l’appropriazione indebita ai danni dello Stato.

continua

La prima puntata è stata pubblicata venerdì 22 maggio 2020
La seconda puntata è stata pubblicata lunedì 25 maggio 2020
La terza puntata è stata pubblicata mercoledì 27 maggio 2020
La quarta puntata è stata pubblicata venerdì 29 maggio 2020
la quinta puntata è stata pubblicata lunedì 1° giugno 2020
la sesta puntata è stata pubblicata mercoledì 3 giugno 2020
La settima puntata è stata pubblicata giovedì 4 giugno 2020
L’ottava puntata è stata pubblicata venerdì 5 giugno 2020
La nona puntata è stata pubblicata lunedì 8 giugno 2020
La decima puntata è stata pubblicata mercoledì 10 giugno 2020
L’undicesima puntata è stata pubblicata venerdì 12 giugno 2020

0

Il Dl “Rilancio” contiene alcune importanti novità riguardanti il mondo del Catasto. In particolare, in tre dei suoi articoli spiccano: la  proroga del termine previsto per la contestazione di violazioni correlate ai fabbricati rurali (articolo 160); l’esenzione dalla prima rata dell’Imu, dovuta per il 2020, relativa ad alcune categorie catastali di immobili (articolo 177), lo slittamento dei termini di pagamento delle somme riportate in avvisi di liquidazione, emessi a seguito di attribuzione della rendita catastale (articolo 149).

Fabbricati rurali: tempi lunghi per le contestazioni
L’articolo 160 del Dl “Rilancio”, derogando alle disposizioni dello Statuto del contribuente, ha disposto la proroga al 31 dicembre 2021 del termine di decadenza previsto, a carico dell’amministrazione finanziaria, per la contestazione delle violazioni correlate agli obblighi di dichiarazione, al catasto edilizio urbano, dei fabbricati rurali ubicati nei Comuni interessati dagli eventi sismici del 24 agosto 2016, del 26 e 30 ottobre 2016 e del 18 gennaio 2017.

La proroga interessa soltanto i Comuni ricadenti nelle Regioni Abruzzo, Lazio, Marche e Umbria, riportati negli elenchi contenuti negli allegati 1, 2 e 2-bis al decreto legge n. 189/2016 e riguarda i fabbricati rurali iscritti nel catasto dei terreni, che si sarebbero dovuti dichiarare al catasto edilizio urbano entro il 30 novembre 2012, rispetto ai quali l’amministrazione finanziaria non ha ancora notificato gli atti di contestazione, avendo usufruito nel tempo di diverse proroghe del termine.

In pratica, la scadenza per la notifica degli atti di contestazione, originariamente prevista per il 31 dicembre 2017, e che per effetto delle varie proroghe disposte a seguito degli eventi sismici 2016/2017 era stata differita al 31 dicembre 2020, con il Dl “Rilancio” viene ulteriormente spostata in avanti di un altro anno, cioè al 31 dicembre 2021.

Immobili turistici: esenzione 1° rata Imu 2020
In conseguenza dell’emergenza sanitaria causata dalla diffusione da Covid-19, il Dl in esame prevede che la prima rata dell’Imu, relativa al 2020 (in scadenza il prossimo 16 giugno), non è dovuta, qualora l’imposta municipale propria riguardi immobili del settore turistico.

A stabilirlo è l’articolo 177, che individua espressamente gli immobili a cui si applica tale esenzione, e cioè:

  • lettera a):

immobili adibiti a stabilimenti balneari marittimi, lacuali e fluviali
immobili degli stabilimenti termali;

  • lettera b):

immobili rientranti nella categoria catastale D/2, cioè alberghi e pensioni
immobili utilizzati per le attività di agriturismo, villaggi turistici, ostelli della gioventù, rifugi di montagna, colonie marine e montane, affittacamere per brevi soggiorni case e appartamenti per vacanze, bed & breakfast, residence, campeggi.

Per gli immobili rientranti nelle categorie di cui alla lettera b), l’esenzione della prima rata dell’Imu si applica a condizione che il proprietario dell’immobile sia anche il gestore delle attività in esse esercitate.

Attribuzione della rendita e avvisi di liquidazione
Il Dl “Rilancio” coinvolge anche l’imposta di registro (Dpr n. 131/1986) e quella di successione e donazione (Dlgs n. 346/1990), prevedendo nell’articolo 149 la proroga, al 16 settembre 2020, del termine previsto per il versamento delle somme riportate negli avvisi di liquidazione, notificati a seguito di rettifica del valore degli immobili dovuta all’attribuita rendita catastale.

Si tratta, in pratica, dei casi in cui vengono registrati atti e/o dichiarazioni di successione relativi a immobili che, seppur dichiarati in catasto, non hanno ancora avuto l’attribuzione di una rendita catastale, di conseguenza, il valore ai fini dell’imposta viene calcolato in base alla certificazione catastale attestante l’avvenuta iscrizione con attribuzione di rendita, ovvero, con riferimento alle unità immobiliari urbane dichiarate ai sensi del Dm n. 701/1994, in base alla rendita proposta.

In questi casi, la rettifica del valore può essere impedita solo se il contribuente dichiari espressamente nell’atto o nella dichiarazione di successione, di volersi avvalere delle disposizioni di cui all’articolo 12 del Dl n. 70/1988.

continua

La prima puntata è stata pubblicata venerdì 22 maggio 2020
La seconda puntata è stata pubblicata lunedì 25 maggio 2020
La terza puntata è stata pubblicata mercoledì 27 maggio 2020
La quarta puntata è stata pubblicata venerdì 29 maggio 2020
la quinta puntata è stata pubblicata lunedì 1° giugno 2020
la sesta puntata è stata pubblicata mercoledì 3 giugno 2020
La settima puntata è stata pubblicata giovedì 4 giugno 2020
L’ottava puntata è stata pubblicata venerdì 5 giugno 2020
La nona puntata è stata pubblicata lunedì 8 giugno 2020
La decima puntata è stata pubblicata mercoledì 10 giugno 2020

0

PREVIOUS POSTSPage 1 of 11NO NEW POSTS