8 Gennaio 2024
Centri finanziari offshore, l’analisi della Banca d’Italia
I centri finanziari offshore esercitano tradizionalmente una profonda distorsione sulle analisi economiche basate sui flussi di capitale transfrontalieri riportati nelle statistiche ufficiali, in quanto un’ampia quota di questi investimenti, come spiega l’occasional paper “La gravità dei centri finanziari offshore: stimare i disavanzi reali con un modello a scelta binaria” (testo in inglese) pubblicato dalla Banca d’Italia, si reindirizza su taluni paradisi fiscali non a scopo di investimento concreto, reale, ma per finalità di evasione e/o elusione fiscale. Questa stretta correlazione implica anche un secondo rilievo, ovvero, come la misurazione e la destinazione dei flussi di investimenti esteri diretti (FDI) possano anche essere utilizzati per individuare i centri offshore, o giurisdizioni a tassazione privilegiata, maggiormente attrattivi per chi intende eludere il fisco nazionale. In pratica, gli FDI possono anche fungere da alert rivelatore sulla presenza o meno di fenomeni significativi di elusione fiscale verso una determinata giurisdizione.
Gli investimenti fantasma
Nonostante gli sforzi messi in campo, le statistiche ufficiali registrano per lo più i flussi di investimento sulla base della residenza e la maggior parte delle statistiche disponibili sulla bilancia dei pagamenti delle multinazionali, dei trust miliardari e dei grandi fondi non distingue o rialloca i flussi che sono unicamente determinati dall’esistenza di opportunità di spostamento dei profitti da quelli che sono invece innescati dai Paesi che investono realmente nei rispettivi ambienti economici e finanziari, in cui quindi esiste una dimensione economica concreta. Questo gap fa sì che una quota crescente negli anni di FDI pur formalmente destinata ad investimenti concreti in realtà sia stata utilizzata semplicemente per mascherare fenomeni di elusione fiscale. E così i capitali che si muovono finiscono per divenire dei fantasmi. In realtà, con il varo della quarta edizione del Benchmark Definition of Foreign Direct Investment, l’Ocse ha tentato di porre riparo a questo sistema distorsivo, raccomandando di definire le posizioni di investimento anche in base all’economia dell’investitore finale e distinguendo gli investimenti in Special Purpose Entities (SPE) da quelli in unità operative residenti, ma un numero esiguo di paesi, ad oggi, ha adottato questi nuovi parametri.
Perché gli FDI privilegiano i centri offshore?
Per capire perché vi sia una tale attrazione tra FDI e centri offshore, è utile fare un passo indietro e chiedersi cosa rende i centri finanziari offshore diversi dagli altri Paesi. È sufficiente scorrere la definizione dei centri offshore fornita dal Fondo Monetario Internazionale (FMI) per ricavarne la risposta. L’FMI definisce gli OFC come: giurisdizioni che hanno un numero relativamente elevato di istituzioni finanziarie che operano principalmente con i non residenti; sistemi finanziari con attività e passività esterne anormali rispetto al settore dell’intermediazione finanziaria nazionale; centri che forniscono alcuni o tutti i seguenti servizi: bassa tassazione o nulla; regolamentazione finanziaria moderata o leggera; segreto bancario e anonimato. In sostanza, il fattore attrattività è un mero risparmio fiscale o elusione facilitato dalle norme in vigore nei centri offshore.
I numeri degli FDI fantasma
L’elaborato osserva gli andamenti degli FDI tra il decennio 2009-19. In particolare, le stime indicano come gli investimenti esteri diretti globali, complessivamente ammontavano a 24,5 trilioni di dollari nel 2009 mentre sono aumentati gradualmente del 72% fino a raggiungere i 42,2 trilioni di dollari nel 2019. Nel 2009 la componente fantasma era di circa 6.900 miliardi di dollari e rappresentava il 28,2% degli FDI globali. Nel tempo si assiste ad una crescita progressiva degli investimenti esteri diretti “fantasma”, fino a quasi il 40% nel 2015, per poi stabilizzarsi intorno a questo valore negli anni successivi. Al contrario, la dinamica della componente reale degli investimenti, cioè quella realmente collegata a scopi d’investimento concreti e non per mera elusione fiscale, è stata molto più contenuta passando da 17,6 trilioni di dollari nel 2009 a 25,4 trilioni di dollari nel 2015. Nel complesso, questi risultati confermano la tesi secondo cui la crescita complessiva degli investimenti intermediati a livello globale non dovrebbe essere ingenuamente interpretata come un aumento dei legami economici reali tra Paesi ma piuttosto anche del fenomeno parallelo di elusione fiscale. Inoltre, per spiegare la frenata degli investimenti “fantasma” a partire dal 2016 si deve tener presente l’attuazione di politiche volte a contrastare il trasferimento dei profitti, come il processo di Base Erosion and Profit Shifting (Beps) dell’Ocse/G20 e il processo Tax Cuts and Jobs del 2017 negli Stati Uniti.
I Paesi con più elevata concentrazione di FDI “fantasma”
Sulla base della quota d’investimenti esteri diretti “fantasma” rispetto al totale degli FDI, i centri offshore a più alta concentrazione sono Gibilterra, Niue, Isole Vergini Americane, Lussemburgo, Curacao, Bermuda, Isole Cayman, Mauritius, Isola di Man, Singapore, Barbados, Isole Cook, Isole Marshall, Macao, Seychelles e Tailandia. In questi centri offshore la quota fantasma di FDI rispetto al totale degli investimenti registrati è pari o superiore all’80 per cento. Tradotto, sono Paesi meta di significativi fenomeni di elusione fiscale internazionale.
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